In onda sabato 23 dicembre alle 22:15 su Sky Arte il documentario del 2011 che ripercorre la lunga carriera dei Pink Floyd, senza dubbio una delle band più influenti nella storia del rock.

Formata a Londra nel 1965 da quattro giovani studenti di Architettura, la band si inserisce nel panorama musicale rock britannico del periodo post – bellico, in cui l’Europa si riprendeva dallo shock provocato dalle due guerre mondiali e la tecnologia faceva prepotentemente il suo ingresso nelle case dei cittadini con la TV, mentre i giovani vivevano in un sogno idilliaco di spensieratezza e libertà. Era questa l’epoca dei Beatles e dei Rolling Stones, dei movimenti giovanili e della cosiddetta Swinging London, e cioè l’attitudine culturale che mirava all’ottimismo e edonismo nella vita di ogni giorno. Con l’album d’esordio dei Pink Floyd, intitolato The Piper at the Gates of Dawn, l’offerta del mercato pop cambia registro rispetto ai gruppi sopraccitati, grazie all’impronta avanguardistica che Roger Waters, Syd Barrett e compagni riescono a dare alla band. Le esibizioni dal vivo, soprattutto nei locali londinesi, fanno scalpore per le sonorità estranianti, la durata dei pezzi (si veda il live del 1967, disponibile su YouTube) e la presenza scenica del gruppo, allora ancora capitanato dal dandy ieratico Syd Barrett, costretto poi a lasciare la band a causa di problemi psichici legati all’abuso di LSD. L’utilizzo estensivo delle luci (e delle ombre) e delle nuovissime tecnologie sonore rendevano le esibizioni dal vivo delle esperienze totalizzanti, rese tali anche dall’utilizzo delle droghe psicotrope molto in voga all’epoca. In realtà i Pink Floyd sono stati i pionieri di molti generi all’interno del rock e difficilmente possono essere categorizzati in un solo stile musicale. Si passa infatti dal rock psichedelico al blues, dall’art rock al sinfonico, fino ad arrivare al rock concettuale (The Wall, 1979) e all’ambiente (Ummagumma e The Dark Side of the Moon), con strida di uccelli e suoni che ricordano da vicino gli agenti atmosferici. Con la dipartita di Barrett e la sempre maggiore presenza decisionale di Roger Waters, la band si rivolge a orizzonti dapprima ambient – soft, con atmosfere molto rilassanti e pezzi da 15 – 30 minuti ciascuno (delle volte completamente strumentali), per poi arrivare (o meglio tornare) alle allucinanti peregrinazioni dark con The Wall e The Final Cut: album questi concettuali (in cui cioè tutti i pezzi sono legati da un filo, per cui il fine dell’album è quello di raccontare una storia) in cui è ben presente il tema della guerra molto caro a Roger Waters (per i pochi che ancora non lo sapessero The Wall si riferisce infatti al Muro di Berlino). Tra i live immortalati dalla cinepresa ricordiamo quello del 1990, in occasione del crollo del Muro, in cui Waters organizza uno spettacolo che riporta in vita i pezzi dell’omonimo album, con la presenza di diversi artisti tra cui Brian Adams, gli Scorpions e Cindy Lauper. Bellissimo e da vedere per chi ancora non lo conoscesse è inoltre il film – live girato nell’anfiteatro di Pompei nel 1975, in cui la band londinese suona i pezzi più ostici dell’intero repertorio (fino ad allora), tra cui One of These Days, che il pubblico televisivo italiano conoscerà sicuramente come sigla iniziale del programma sportivo Dribbling.

Curiosità: I Pink Floyd sono stati protagonisti di diverse colonne sonore, tra cui quella per il film di Michelangelo Antonioni Zabriskie Point del 1970 e del cult del 1968 More, per cui la band ha scritto interamente le musiche, uscite poi nell’album dal titolo omonimo. L’album The Wall contiene un messaggio subliminale inserito volutamente dalla band per gioco. Nel pezzo Empty Spaces, ascoltato al contrario, è udibile infatti una traccia vocale aggiuntiva in cui Roger Waters dice: “complimenti, avete scoperto il messaggio subliminale”.

 

Marco Orru