• Titolo: Ho bevuto la casa di un pesce
  • Autore: Gianluca Misturini
  • Casa editrice: Lieto Colle
  • Numero di pagine: 62
  • Anno di pubblicazione: 2015

Sinossi: Questa raccolta di poesie è un  dono del reale nei confronti della nostra esistenza, in una consapevolezza interiore molto sentita, dove coesistono la concretezza e le conoscenze dell’autore, dove si sente l’impronta zen, unita alla creatività, senza per questo escludere il pragmatismo.

Recensione: Si sente l’estro dell’autore già nella sola frase, abbastanza stravagante, che dà il titolo a questi versi originali, a tratti impenetrabili. C’è una rara comunione con tutto ciò che ci circonda, quasi un identificarsi con gli oggetti nei quali ci pare di sentire addosso il peso degli anni che passano, la noia che si confonde col degrado, col dolore, nel cigolii, nell’odore di muffa delle cose che hanno una loro storia e ci parlano del loro vissuto. È una sorta di animismo molto forte che dà vita alle cose, che porta ad uscire dall’ermetismo e a sentire una profonda compassione per la vita che passa, che spesso viene identificata con gli oggetti che si deteriorano, si logorano, hanno fatto il loro tempo.

“Un tronco, una foglia..uguali procedono al ritmo costante, pezzi di me se ne vanno con loro”  

È il senso di tristezza che si prova  per un passato che non ritorna, per le cose e gli anni che si perdono per strada. Ma c’è anche un ciclo di vita che si ripete  in una noiosa ma anche miracolosa monotonia: “Credeva di essere un foglio…” “Credette di nuovo di essere un foglio”: è il noto riciclo della carta, ed è una metafora della vita che ricomincia, nonostante tutto, nonostante l’abbandono (il cassonetto) perché in fondo le sofferenze portano anche il rinnovamento. E alla fine il riciclo porta a una nuova vita, e quest’ultima sequenza ci porta forse a pensare divertiti: “Magari fosse possibile essere riciclati come la carta, e ritornare nuovi!” È vero, ma in fondo ognuno di noi è ciò che crede di essere, e alla fine non bisogna mai smettere di sperare nella rinascita. Nonostante la tristezza di fondo e la sensazione di noia che aleggia continuamente in queste poesìe, in qualche modo questo credere in ciò che si è, o che si può tornare ad essere, cambia lo stato d’animo di chi legge, perché in fondo si percepisce un rinnovamento, è il ricominciare, nascere un’altra volta. E in fondo qualsiasi storia è un susseguirsi di sconfitte, vittorie, discese, salite…un ciclo dove gioia e dolore si alternano come nei cicli della Natura. Spesso, infatti, è solo dopo aver toccato il fondo che si riesce a risalire, e in un modo o nell’altro quando si cade ci si rialza.

In un testo dove si esprime la pietà per un ubriaco che ha vissuto sempre all’insegna della malinconìa, chi lo osserva in silenzio e se ne sta rinchiuso nella sua camicia come se i vestiti fossero le sbarre di una prigione, attraverso le quali non può parlare, anche se può vedere e sentire, il senso di oppressione si percepisce quasi fisicamente, tanto che alla fine il lettore si sente quasi “costretto” nei suoi abiti, ad osservare l’esterno come da dentro una gabbia. E noi, stretti nei nostri colletti, temiamo quasi di parlare e a volte viene fuori solo un suono inarticolato a causa del nodo che ci stringe la gola, paralizzati nella nostra impotente compassione.

Ma dopotutto siamo saliti sulla giostra della vita, Dio è il nostro Giostraio, che non ci rivela subito i segreti del luna park, ma sta a noi scoprirli piano piano, e..chissà, forse ci arriveremo soltanto alla fine del nostro ultimo giro di giostra. Sono poesie che sicuramente non trasmettono allegria, e, all’inizio, leggendole, si può provare un certo senso di rifiuto, perché la malinconia, il tedio, si sentono, ci toccano profondamente e in un modo quasi crudele, come il dolore di un pugno nello stomaco. Ma spesso la poesia è anche disincantata, l’importante è che susciti sensazioni e sentimenti. E l’autore ce li comunica in modo forte, come in una musica stridente o un quadro dove i toni pastello danno solo un senso di decadenza, ma se accostati sfacciatamente alle tinte più accese, a colori dannatamente scuri, assumono toni drammatici. Chi scrive è un poeta molto pragmatico, che sa unire le sue conoscenze sulla meccanica e sulla filosofia e inneggia alla poesìa delle cose e degli oggetti, dove si nasconde l’essenza della materia. Un concetto che non è molto semplice, ma è una scoperta da valorizzare, seppure sia un pensiero che può fare un po’ sorridere o far venire i brividi, a seconda dei punti di vista: è la vitalità delle cose inanimate, è la loro storia dentro la nostra storia, sono gli strumenti del cuore che ci accompagnano nei nostri percorsi, sono e saranno sempre i ricordi tangibili del passato.

Cecilia Piras