La Germania sbarca ufficialmente su Netflix e lo fa in grande stile. Dal 1 Dicembre l’intera prima stagione di Dark, serie creata da Baran bo Odar e Jantje Friese, è disponibile sulla piattaforma streaming. Un thriller fantascientifico, poetico e crudo allo stesso tempo, come quelle favole amare raccontateci da bambini, dall’atmosfera esoterica, cupa e avvolgente. La storia si sviluppa a Winden, tranquilla cittadina della Germania meridionale, contraddistinta dalla presenza di fitti boschi e una mastodontica centrale nucleare, in cui un bambino è appena scomparso; e fino a qua nulla di nuovo: “un altro Stranger Things”, direte: nulla di più falso. Nessun demogorgone, alieno mutaforma, pagliaccio assassino o bicicletta volante nelle dieci puntate di Dark, ma solo un vero protagonista assoluto: il Tempo.

“Il principio è la fine e la fine è il principio”.

Così tra 1953, 1986 e 2019 si svilupperà la nostra vicenda con un simbolismo che tiene lo spettatore incollato allo schermo, attento ad ogni minimo dettaglio, come forse non accadeva dai tempi di Lost. La tripartizione della trama permette tinte diverse, così da rendere evidenti le atmosfere anni ’80 da Ritorno al Futuro, più che da Stranger Things, l’austerità degli anni ’50, con il fantasma della guerra ancora sulle spalle di una Germania psicologicamente dilaniata, ed infine un presente/futuro in cui tre diverse generazioni convivono con le proprie angosce ed i propri segreti, mai svelati. Una ragnatela di significati in cui passato, presente e futuro si intersecano e si influenzano reciprocamente, scardinando le nostre certezze sulla linearità dello spazio-tempo, in una serie che a tratti appare al confine tra dialogo filosofico e thriller fantascientifico. Dark è stata capace poco dopo il successo della seconda stagione del fenomeno Stranger Things, di distaccarsi da un immaginario già visto ed acclamato, creando una propria creatura con una propria identità, senza nessuna esplicita forma di citazionismo, ma con una sottile linea di suspence tra il thriller e il dramma generazionale che travalica parzialmente i generi narrativi, attingendo con maestria sia dal mondo filosofico/scientifico, attraverso teorie sulla circolarità del tempo di Einstein, che diverrà “Eterno ritorno” in Nietzsche, sia dal panorama cinematografico-letterario degli ultimi anni, attraverso i suggestivi scenari surreali che ricordano parzialmente la scrittura onirica di Murakami e la pennellata surreale di De Chirico.

Baran bo Odar e Jantje Friese, rispettivamente regista e sceneggiatrice della serie e coppia nella vita, hanno ammesso che sia loro che i fratelli Duffer, creatori di Stranger Things, hanno attinto da un universo comune: il thriller/horror di Stephen King, con le sue cupe atmosfere anni ’80, ma se da un lato per Stranger Thing si è optato per un sotto-universo ispirato a Spielberg, per Dark si è preferita la strada del simbolismo dell’universo David Lynch, soprattutto quello insito in Twin Peaks, l’arzigogolata trama reticolare di Lost, in cui spesso, una foglia in movimento può mutare tutte le certezze, salde fino alla puntata precedente, e l’intangibilità poetica caratteristica di The OA. Non resta quindi che accendere la tv per un viaggio mai interrotto attraverso il tempo, le nostre inconfessabili paure, e quindi, attraverso noi stessi.

Roberto La Rocca