Tratto da un racconto dello scrittore cyberpunk Philip K. Dick, autore del cult Blade Runner, Atto di forza vede la luce nel 1990, dopo anni passati nel cassetto di diverse case di produzione, e nasce quando gli sceneggiatori Ronald Shusset e Dan O’Bannon, autori tra l’altro di Alien, comprano i diritti dello scritto di Dick We Can Remember It for You Wholesale pensando di adattare il racconto per il grande schermo. Diversi candidati si mostrarono all’epoca interessati a portare avanti il progetto, primo fra tutti David Cronenberg a metà degli anni ottanta, ottenendo un secco rifiuto da parte dei produttori a causa dei costi eccessivi e della vaghezza delle idee. Quando poi Arnold Schwarzenegger, allora superstar all’apice della carriera, prende in mano la sceneggiatura originale di Shusset e O’Bannon le idee sembrano concretizzarsi con la casa di produzione Carolco, che si dichiara disposta a portare avanti il progetto insieme all’attore austriaco, il quale inserisce nel contratto di produzione la clausola che egli avrebbe avuto non solo il ruolo da protagonista, ma anche il controllo sul casting, il budget e la scelta del regista. Ed è così che nasce Atto di forza come noi oggi lo conosciamo.

A metà strada tra capolavoro fantascientifico dai temi profondi e blockbuster hollywoodiano tutto muscoli e azione, la pellicola narra dell’operaio edile Douglas Quaid (Schwarzenegger) la cui vita sembra essere disturbata da un incubo ricorrente in cui il personaggio si trova alle prese con degli antagonisti a lui sconosciuti sul pianeta Marte. Il Pianeta rosso è nell’epoca in cui il film è ambientato (siamo nel 2084) una meta ambita per le vacanze (degli abitanti della Terra), nonché teatro di sommosse da parte di un gruppo di ribelli contro il governo centrale marziano, per ragioni che non vengono spiegate fino alla seconda metà della pellicola. Non è nostra intenzione soffermarci troppo sulla trama (sarebbe un tedio per quelli che già conoscono il film e uno spoiler per quelli che ancora lo devono vedere), ma diciamo soltanto che la visita di Quaid alla Recall, azienda che offre viaggi virtuali attraverso l’impianto di memorie fasulle, dando al cliente perfino la possibilità di cambiare identità e diventare ad esempio un politico o un agente segreto, crea nel protagonista una sorta di reazione paranoica per cui egli, una volta risvegliatosi dal “viaggio”, è convinto di essere veramente l’agente segreto protagonista della memoria impiantatagli dall’azienda come pacchetto speciale. Questo darà il via a quasi due ore di azione e suspense in cui il confine tra realtà e immaginazione, in bilico tra sogno e schizofrenia, si farà sempre meno netto,  in modo da chiedersi chi sia Quaid veramente: un operaio edile rimasto prigioniero di un trip impiantatogli in una futuristica agenzia viaggi o un vero agente segreto la cui vita sulla Terra era soltanto una copertura?. Il dilemma non viene risolto nemmeno nella scena finale, che ricalca in maniera circolare quella iniziale in cui il protagonista sogna di essere su Marte. Questi sono i temi presenti anche nel racconto di Philip Dick, e cioè l’equilibrio tra realtà e follia, la perdita dell’identità e il carattere allucinatorio della vita di ogni giorno. Il film concede allo spettatore diverse chiavi interpretative, tra cui quella che l’intera faccenda sia solamente un sogno frutto della fantasia del protagonista. Ma allora dove comincia questo sogno? Anche la visita di Quaid alla Recall è frutto di fantasia? Queste sono tutte domande che non trovano una risposta soddisfacente nel finale, oppure sì, a discrezione dello spettatore.

Fatto sta che il lungometraggio è degno della visione se non altro per la fotografia mozzafiato dai colori intensi e profondi, resa possibile grazie all’utilizzo particolare di luci e ombre, combinato con la tecnica di chiusura e apertura della cinepresa (la lente), che ci riporta alle atmosfere visive tipiche degli anni ottanta e sostituite a partire dai primi anni novanta da tecniche di ripresa più piatte in concomitanza con l’avvento del digitale (vedi: Matrix). Atto di forza rappresenta inoltre uno spartiacque nel modo di fare cinema: il film è stato infatti l’ultimo grande prodotto dell’industria cinematografica in cui gli effetti speciali sono creati in maniera artigianale, mentre in seguito si tenderà ad utilizzare principalmente (se non del tutto) tecniche visive completamente computerizzate che, ad essere onesti, permettono sì di mettere in scena l’impossibile ma tolgono d’altra parte quell’illusione di veridicità ben presente invece in Atto di forza. Per concludere, al fianco di Schwarzenegger troviamo una giovanissima Sharon Stone nel ruolo pre – Basic Insinct della moglie di Quaid, ruolo che lascia già intravvedere quelli che saranno poi gli exploit dell’attrice nel thriller erotico che la rese famosa. Il personaggio della Stone in Atto di forza è infatti alquanto manipolativo e sessualmente aggressivo/dominante: tratti questi generalmente considerati come negativi, ma che sono anche intriganti e per certi versi attraenti. L’attrice sembra impersonare bene queste caratteristiche, mettendo in scena con piena efficacia un carattere di primo piano forte e determinato.

Coloro i quali volessero approfondire le proprie conoscenze riguardo alla realizzazione di Atto di forza possono visionare il documentario in lingua inglese The making of Total Recall, che contiene retroscena e curiosità con interviste al cast e ai produttori, all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=Qm-dHbh34z8

 

Marco Orrù