«Ho cominciato a scrivere Gli Indifferenti nell’ottobre del 1925 e l’ho finito nel marzo del ’28. Prima de Gli Indifferenti avevo scritto parecchio ma senza aver mai la certezza di incontrare me stesso sotto la penna. […] Si trattava nella grande maggioranza di imitazioni da questo o quell’altro autore di cui via via mi infatuavo. Con Gli Indifferenti, per la prima volta in vita mia, mi parve di mettere i piedi sopra un terreno solido. […] Auguro a tutti coloro che hanno l’ambizione di scrivere di avvertire una volta nella vita questo passaggio così importante».

Con queste parole Alberto Moravia, nato il 28 novembre 1907, ricorda l’entusiasmo giovanile verso quel romanzo d’esordio, pubblicato nel 1929, che lo avrebbe consacrato all’Olimpo della letteratura italiana. Una scommessa che frutterà molto all’autore allora sconosciuto: la prima edizione del romanzo – finanziata in parte dal padre dello stesso Moravia, che versò cinquemila lire all’editore – 1300 copie, venne esaurita in poche settimane. Quel che colpisce de Gli Indifferenti è la perfetta corrispondenza del contenuto amorale con l’espressione sbrigativa, arida, disadorna e, se mi è permesso, a tratti impoetica. Alcuni critici accusarono Moravia di scrivere male, adducendo come causa fondamentale la sua formazione da autodidatta. Da un punto di vista sintattico qualcosa da ridire forse c’era, ma è lo stesso scrittore romano a spiegare in più interviste di aver steso il romanzo inizialmente senza la punteggiatura, affinché non si sentisse un fastidioso “ron ron”, a detta sua, insopportabile:

«Componevo una pagina disteso sul letto di un sanatorio, tenendo il  pennino rovesciato, spesso bucando la carta e sporcando d’inchiostro le lenzuola … Scrivevo un pagina e lo controllavo all’orecchio, riprendendo la tecnica dei cantori!».

Nonostante ciò, Gli Indifferenti ottiene un inaspettato successo, conquistando il pubblico attratto probabilmente dalla materia scabrosa del romanzo. Ne viene fuori una fotografia, un documento lucido e impietoso, che denuncia la sintomatologia della borghesia, quella classe sociale a cui apparteneva lo stesso Moravia. Protagonista è la famiglia Ardengo, proprietaria di una splendida villa al centro di Roma, la cui area edificabile ha un valore eccezionale. Leo Merumeci, maturo seduttore della società bene degli anni venti, ha posto l’attenzione su di essa: ha prestato denaro alla vedova Mariagrazia, padrona della casa signorile, nonché sua amante. Stanco della relazione, dopo aver ottenuto un’ipoteca sulla villa, che considera già sua, mette però gli occhi su Carla, la figlia della signora Ardengo.

«Sai che hai delle belle gambe, Carla?» disse volgendole una faccia stupida ed eccitata sulla quale non riusciva ad aprirsi un falso sorriso di giovialità; ma Carla non arrossì né rispose e con un colpo secco abbatté la veste: «Mamma è gelosa di te» disse guardandolo; «per questo ci fa a tutti la vita impossibile». Leo fece un gesto che significava: «E che ci posso fare io?»; poi si rovesciò daccapo sul divano e accavalciò le gambe.

Nonostante un fallimentare tentativo di seduzione nella rimessa  del giardiniere, Merumeci non si dà per vinto, così persuade la giovane a recarsi nel suo appartamento. Spettatore impotente è Michele, l’altro figlio di Mariagrazia, il quale, benché nauseato dalla presenza di Leo, che da un lato ammira, dall’altro odiosamente disprezza per la sua condotta morale, non riesce a ribellarsi. Il desiderio di reprimere la sua dolorosa indifferenza lo spingerà ad acquistare anche una rivoltella, ma la sua fiacchezza morale avrà la meglio. Se, infatti, per Carla, pronta a svendere il proprio corpo pur di uscire «dal disgusto delle abitudini» e di iniziare quella «nuova vita» fatta di vestiti alla moda, feste e macchine di lusso che Leo avrebbe potuto facilmente assicurarle, si può parlare di un’involuzione del personaggio, di una rovinosa caduta verso il basso, non lo si può dire di Michele, che resta fermo, immobile, chiuso nella sua indifferenza. Al contrario della sorella, che trova asilo nell’adeguarsi, Michele fa difetto nell’azione. E pensare che Lisa, la grassa amica della madre che vorrebbe iniziare una relazione con lui lo trova così appassionato … 

«Ma gli mancavano, lo capiva, il calore, la voce forte, la mano sulla spalla, il tono sicuro e cordiale; si sentiva indifferente e stanco».

Un libro che segna una svolta nella narrativa del Novecento. Pensato inizialmente come opera teatrale, Gli Indifferenti presta attenzione ai dettagli, agli abiti dei protagonisti, alle ambientazioni, agli oggetti che riempiono le case delle cosiddette famiglie perbene. L’autore oltrepassa la soglia di Villa Ardengo e ci mostra bassezze, brutture ed egoismi di un mondo adulto che non sa capire i giovani, nè tantomeno ascoltarli. Vanità e indifferenza sono le due meschine voragini in cui cadono i due ragazzi, ma sono pure i temi fondamentali del romanzo, che svela infatti come della morale della famiglia non resti nulla:

«Metterei tutto in regola … Non solamente te ma anche la tua famiglia … Si prenderebbe tua madre in casa … Michele lavorerebbe … Magari gli farei fare io qualcosa, gli troverei un posto!». Ad ogni nuova promessa Leo guardava attentamente Carla, come il legnaiolo che ad ogni colpo di accetta osserva il tronco intaccato dell’albero per vedere se cade …

Perché si ha cura più dell’apparenza, anziché della sostanza. Ed è questa la lezione de Gli Indifferenti, un libro più che mai attuale, che vale la pena leggere. Assai bello anche il film, molto fedele, diretto da Citto Maselli, con Claudia Cardinale e Thomas Milian. «Sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia!», dice Leo Merumeci alla giovane e inesperta Carla ed è nel tentativo di affermarsi in questo mondo dove a far da padrona è la logica del denaro, unita al sesso, che la protagonista perde se stessa. E quel che è peggio è che nessuno riesce a salvarla.

Titolo: Gli Indifferenti

Autore: Alberto Moravia

Anno: 1929

Editore: Bompiani

Pagine: 340

 

 

 

Cristina La Bella