Probabilmente non vi sareste mai aspettati di sentire queste parole solenni uscire dalla bocca di Gandalf il grigio, dall’area impavida e sapiente, con cappello a punta e bastone levigato dalle cicatrici dei secoli, ma la Terra di Mezzo continua a sorprenderci. Ciò che appariva come un fake gigantesco si è rivelato una delle notizie più sconvolgenti del panorama cinematografico\seriale degli ultimi decenni: Il Signore degli Anelli diverrà presto una serie tv!

Lo hanno annunciato ufficialmente gli Amazon Studios lo scorso 13 novembre, dopo aver rilevato i diritti di sfruttamento televisivo della saga dalla Warner Bros per oltre 200 milioni di dollari. La serie verrà realizzata in collaborazione con la Tolkien Estate and Trust, HarperCollins e la New Line Cinema, e non vedrà il sorgere del sole prima del 2020. Si direbbe che gli Amazon Studios abbiano finalmente trovato il loro Game of Thrones, così da non lasciare l’intera torta sul tavolo dell’HBO, ma a quale prezzo?

Negli ultimi anni con l’avvento di Netflix il panorama seriale ha raggiunto vette che apparivano chimere negli anni ’90\2000, è evidente che qualcosa è cambiato. Il linguaggio seriale si è evoluto a tal punto da concorrere abilmente con quello cinematografico, talvolta superandolo artisticamente ed economicamente, ma sarà questo il caso? Un universo così vasto, quale quello tolkieniano, intriso di nuovi linguaggi ben codificati, personaggi divenuti ormai canonici e una sua solida posizione all’interno del panorama artistico-letterario, come potrà mai adattarsi ai tempi ed alle dinamiche di una serie tv, scandita dall’interruzione temporale e dalla malizia nel creare una costante suspence, puntata dopo puntata?

Un simile dibattito si ebbe quando per la prima volta Peter Jackson decise di portare quell’universo sul grande schermo, nel lontano 2001, dopo un poco fortunato adattamento animato del 1978 diretto da Ralph Baksh. Migliaia di fan del lavoro del professor J.R.R. Tolkien si scagliarono apertamente contro l’adattamento cinematografico di una saga che aveva segnato l’immaginazione e la coscienza di molti. Tra i tanti la voce che risuonò con più forza fu quella del figlio Cristopher Tolkien, esecutore letterario di tutte le opere paterne, che guardava con disprezzo ogni adattamento cinematografico e che successivamente giudicò oltraggioso l’abisso creatosi tra gli scritti del padre e la mercificazione del suo lavoro, con il merchandising nato dopo la conclusione della trilogia nel 2003.

Molti si sono ricreduti, molti no, ma la diatriba rimane invariata tra i puristi dell’opera letteraria\cinematografica e chi tende ad adattarsi ai nuovi linguaggi comunicativi. Resta il fatto che molti giovani degli anni 2000 sconoscevano le opere di Tolkien e solo dopo aver visto la trilogia al cinema si sono interessati al suo lavoro; oggi probabilmente avviene la medesima cosa e molti giovani trascurano la trilogia cinematografica perché troppo desueta per un mondo che corre instancabile a cercare nuove forme di espressione.

“Che vengano pure! Troveranno che qui a Moria c’è ancora un nano che respira!” Ma c’è chi non è d’accordo: John Rhys-Davies, il nano Gimli nell’adattamento cinematografico di Jackson, ha infatti dichiarato: “Tolkien si sta rivoltando nella tomba”. Spiccano anche le dimissioni di Cristopher Tolkien dalla Tolkien Estate il giorno dopo la cessione dei diritti ad Amazon.

Non ci è ancora dato sapere se la serie, prevista per il 2019, resterà fedele all’opera letteraria e alla trilogia cinematografica, magistralmente diretta dal regista neozelandese, possiamo solo iniziare a fantasticare su chi potrà rappresentare la nostra Compagnia negli adattamenti futuri, e aspettare nuovi aggiornamenti!

Roberto La Rocca