C’è una canzone composta nel 2016 dal coro Rainbow Chamber Singers di Shanghai sul tema degli straordinari a lavoro. È una buona occasione trovata da questo gruppo di giovani ragazzi cinesi per ridere amaramente, ma anche per iniziare un vero discorso sociale, sul concetto di Jiaban (letteralmente, «lavoro aggiunto») e su quanto questo sia deprimente per il lavoratore e dannoso per la sua salute. La canzone, che si intitola qualcosa che suonerebbe in italiano come “Mi hanno svuotato l’anima”, inizia con una marcia funebre e un verso di corvi come sottofondo. Ho tradotto qua di seguito le prime strofe:

“Nel mio ufficio c’è uno straniero, il suo nome è David,

Alle 6 di pomeriggio mi si presenta con uno sguardo da cane,

Tra le mani un tazzone di caffè fumante,

Mi guarda e mi dice, andiamo in riunione?

E io penso, così non va bene,

Devo andare in aereoporto a prendere mio papà,

Non ci vediamo da 30 anni,

Arriverà dalla lontana Siberia,

Per tutto il giorno non hai fatto niente,

Ho persino visto che giocavi alle live chat,

Forse non hai una casa?

Ti prego, non pronunciare quella parola,

Straordinario”

https://www.youtube.com/watch?v=dB4wFMhWxzM

La canzone di per sé fa molto ridere e ha avuto un grande successo in rete, ma è anche specchio di un grande disagio nei giovani lavoratori cinesi rispetto al concetto dello straordinario che, se per i loro genitori era normale e dovuto, comincia a stare stretto alle generazioni dei millenials ed oltre. Proprio l’altro giorno ero in ufficio, erano le sei e mezza di sera e stavo mettendo via le mie cose, pronta a correre a casa per preparare la cena. La mia “capa” esce dall’ufficio e chiede con un sorriso alla mia vicina di scrivania, che stava uscendo insieme a me, “Allora stasera resti in ufficio con me per un po’ di straordinari?” Lei annuisce e torna a sedersi. Vengo poi a sapere che le due sono rimaste ad ordinare gli archivi fino alle undici di sera. La cena take away l’ha pagata l’azienda ma lo straordinario, ovviamente, non era retribuito. La mia collega, tre anni più giovane di me, si è lamentata di quell’episodio per settimane. Ho tante di queste storie che potrei riempire un’enciclopedia: storie di gente che dorme due ore a notte per finire un report, storie di donne in gravidanza che restano in ufficio fino a mezzanotte inoltrata. Tuttavia non si tratta di una violazione dei diritti del lavoratore propriamente percepita come tale,  ma della normalità del lavoro in Cina. Se è vero che qua trovare lavoro non è mai stato un problema, sia per i cinesi che per gli stranieri, è anche vero che salvo rare eccezioni il lavoro straordinario è da considerarsi parte integrante del pacchetto. A me stessa è capitato innumerevoli volte di trovarmi in ufficio fino alle dieci, alle undici, a finire il lavoro che non avevo avuto tempo di fare durante il giorno, che completavo con un take away di cibo ordinato su internet, consegnatomi alla porta dell’ufficio e pagato dall’azienda, così come il taxi che prendevo per tornare a casa. La mia esperienza più pazza è stata durante uno shooting pubblicitario di una nota marca di Whishy, dove lavoravo come assistente accounting, che ci aveva costretto sul set dalle otto di mattina alle cinque della mattina del giorno dopo. Poi ero tornata a casa a dormire tre ore, e di nuovo in piedi per lo shooting. Ma non voglio parlare degli straordinari degli stranieri, che sono ancora da considerarsi parte di un mercato del lavoro elitario in Cina, quanto piuttosto dei cinesi stessi e della loro interessante relazione di odio e amore con il concetto dello straordinario.

Diciamocelo francamene, a nessuno piace restare in ufficio di sera mentre la tua famiglia è a casa ad aspettarti. Come in Italia, anche in Cina e nel resto del mondo, uscire dall’ufficio alle cinque o alle sei e passare una bella serata a casa in pantofole, al bar o in palestra è di sicuro meglio che una serata in ufficio con il capo. Eppure in Cina se sei un lavoratore che non fa mai degli straordinari, magari non ti dispiace ma ti guardi bene dal vantartene. Probabilmente i genitori cominceranno a preoccuparsi del fatto che non sei molto produttivo, o forse tua moglie penserà che sei pigro, che non ti interessa guadagnare e fornire un futuro migliore alla tua famiglia. E gli amici, d’altro canto, magari ti diranno che invidiano il tuo posto di lavoro, così rilassato e permissivo, ma in cuor loro sanno che non sei un esempio da seguire. Quando ho chiesto a mio marito, il signor Li, se secondo lui fosse una buona idea scrivere un articolo a questo proposito, lui mi ha risposto dicendo che è ovvio che chi non fa gli straordinari non sia visto bene dagli amici e dalla famiglia, e che non era poi tanto interessante come argomento. È  stato allora che ho capito che scrivere un articolo in merito sarebbe stata un’ottima idea. Ci sono diversi tipi di straordinario, (propriamente detto Jiaban, che letteralmente si potrebbe tradurre come “lavoro aggiunto”), il più meschino dei quali è il Jiaban del lavoratore pigro, ovvero di quei soggetti che, senza famiglia dalla quale tornare, non fanno niente durante il giorno e restano a lavoro fino a tardi la sera per mostrare al capo quanto si diano da fare. Ma i lavoratori non sono tutti pigri: c’è il Jiaban del lavoratore responsabile, ovvero l’unico impiegato in azienda del quale il capo di fida sul serio, che si accolla tutte quelle incombenze che nessun altro sarebbe in grado di adempiere. Sono solitamente lavoratori molto competenti e buoni di cuore, che spesso non si rendono conto che potrebbero comodamente richiedere il doppio del loro stipendio. Per continuare, c’è il Jiaban dell’amicizia, ovvero quando i colleghi, per gentilezza e affetto reciproco decidono di restare in ufficio e lavorare per supportare magari quell’unico che ha davvero qualcosa da fare. Poi abbiamo il Jiaban delle grandi occasioni, quando prima di un evento o una scadenza tutti restano in ufficio fino ad ore indicibili per prepararsi a qualsiasi evenienza, e potrei continuare. Se da un lato dunque è vero che in Cina le leggi sul lavoro e sul compenso degli straordinari sono quasi compeltamente ignorate, è anche vero che culturalmente parlando, il senso del dovere sul luogo di lavoro è un valore ancora molto sentito tra le vecchie generazioni e in parte anche tra le nuove. Se c’è una generazione che credo non starà più a queste regole sono i ragazzini delle grandi città di oggi, che sono nati in una Cina del tutto sviluppata e sempre più lontana dal pensiero tradizionale.

Appena arrivata a Shanghai lavoravo come tirocinante in un’agenzia pubblicitaria. Ricordo ancora una sera in cui la mia “capa” si era resa conto che avremmo dovuto consegnare una proposta di lavoro per il giorno successivo (richiesta irragionevole e immotivata di un cliente, ricevuta alle cinque di pomeriggio di quel giorno stesso). Eravamo io, un altro tirocinante messicano e un designer cinese in ufficio con lei, erano le dieci di sera. La mia “capa” si era girata verso di noi e aveva sentenziato, con un’espressione da eroina dei cartoni manga: “Credo che dovremo lavorare fino a domani mattina”. All’inizio mi ero messa a ridere, poi avevo capito che diceva sul serio. Mi sono alzata e me ne sono andata a casa, ma non mi ha licenziata, e alla fine abbiamo pure ottenuto il lavoro. Anche in Cina, alle volte, basta essere ragionevoli e saper mettere dei paletti alla cosiddetta «follia degli straordinari».

 

 

Giulia Tubiello