La mancanza di tempo è qualcosa che dilania il nostro millennio: con l’imperativo di essere sempre connessi e raggiungibili sembra che sia rimasto poco spazio per potersi annoiare un po’, per spendere i nostri momenti in piccole sciocchezze.

Riflettendo però sulla seguente frase di Seneca: “Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto.” possiamo analizzare su quante cose andiamo davvero a sprecare il nostro tempo e persino quello degli altri.
Ragionare su quanto, questo nostro tempo di adesso, sia il tempo del male sottile. Il male che noi vogliamo fare, anche in piccole parti, e al quale dedichiamo una porzione davvero grande della nostra esistenza.

Nell’era delle recensioni e delle documentazioni sociali di qualsiasi nostra esperienza, si può iniziare a notare quanta poca propensione ci sia a dare un rimando positivo verso le sperimentazioni che andiamo provare. Questo accade con i ristoranti, le relazioni, le persone, i libri, i film, insomma con tutto quello che si può provare attraverso noi stessi. Diventiamo la personificazione dei feedback sfavorevoli, le prove fisiche che qualcuno o qualcosa non è idoneo al nostro giudizio e a quello più collettivo.

Dopo una buona cena magari si fanno i complimenti allo chef, ma quanti “perdono” il loro tempo a recensire il ristorante, quanti altri fanno il passaparola e si ricordano di portare lì parenti e amici? Accade anche con altri servizi commerciali e con le spedizioni: non importa quanta qualità si è ottenuta, la costanza ricevuta e quante siano le esperienze positive, se ne capita anche solo una negativa, l’effetto è quello di iniziare a battagliare per un’ipotetica giustizia.

Gli enti, le redazioni, i centri culturali, le piccole botteghe o i grandi e-commerce diventano il centro di frustrazione del cliente, a volte senza nemmeno avere ragione, a volte avendone poca e altre ancora avendola tutta, ma anche avendola piena questa ragione, qual è il passo, la misura e il peso, che permette a chi ha subito un torto di non commetterne a sua volta uno più grosso? L’amplificazione diventa poi dirompente quando, attraverso un’unica impresa, si vuole colpire una singola persona.
Complici tastiere veloci in cui scorrono pensieri feroci, si espongono frustrazioni e illazioni, odio e disprezzo, per colpire, fra i tanti, solo uno. Poco importa se per colpire quell’uno ci rimette anche chi è “innocente” e se anche quell’uno lo è, diviene importante creare un piccolo caos mediatico, portare a sé voti come se si fosse elettori, creare una barriera per screditare chi si è preso di mira.

Al giorno d’oggi non solo ci sentiamo in diritto di giudicare, ma anche in dovere di farlo, ci si sente paladini delle piccole giustizie, iniettando nel frattempo minuscole gocce di male così dilaganti da emarginare chi rimane fuori da questi meccanismi, la lesione della dignità altrui, specie se toccata nell’ambito così complesso come quello della propria professione, vuole creare un buco dentro cui produrre una voragine piena di diffidenza, sapendo che, una volta che si è instillato il dubbio, il danno di immagine è ormai irrimediabilmente fatto. Si è speso tempo per toglierne altro, per non dare più la possibilità di spiegazione a chi è stato accusato.

Un meccanismo intricato fatto di algoritmi non solo di web, ma anche di insoddisfazione umana, che da sempre ci porta a screditare l’altro per affermare noi stessi. Per essere migliori. Oggi però non è più solo una questione di malelingua e pettegolezzo, perché questo amplesso di discriminazione passa attraverso pagine globali d’informazione, dove comunque vale il detto del “purché se ne parli”.
Oggi le recensioni si pagano (per farsi accrescere la credibilità o allo stesso modo per toglierla): si chiede agli amici di far finta che quello che è successo a noi sia successo anche loro, tutto per raggiungere il numero più alto di prove e testimonianze, come un continuo processo civile aperto, dove a tutti viene permesso di condannare le persone.
Si mente, e lo si può fare senza guardare negli occhi, senza metterci  la faccia, senza citare perfino il proprio nome.
Se vogliamo far del male a qualcuno inventiamo una storia studiata a doc, l’affidiamo al web e aspettiamo che faccia il giro dei siti, che google la indicizzi il più possibile, vero o falso non ha importanza, la nostra faccia ben celata è al sicuro, mentre il nome e la credibilità degli altri vacillano in tutti gli occhi che leggeranno quelle parole così calcolate da sembra vere.

Il meccanismo dei nomi è proprio questo, se il mio posso nasconderlo il tuo lo dico chiaro, ma se il mio non posso celarlo, non mi espongo in modo diretto con te e allora colpisco in generale. La nostra visuale è fissamente incollata sul fatto che il meglio sia fuori da noi, che gli altri abbiamo concretamente sempre più di noi e questo ci spinge alla miseria dell’invidia, alla corrosione di un animo che si corrompe in cerca del suo banale riscatto.

Julia Roberts in “Pretty Woman” ha questa battuta: ‘È più facile credere alle cattiverie, ci hai mai fatto caso?’ . Il film andava in onda per la prima volta ormai circa 27 anni fa, ma che siano quelli, 270 o 2700, la dinamica rimane la stessa, si crede facilmente al male o meglio alla malignità che possono avere in sé le persone.

Al male ci crediamo non solo perché ne abbiamo la conferma costante, ma perché se gli altri al posto che migliori di noi diventano peggiori, allora si ottiene un metro di paragone più agevolato con cui considerare noi stessi e la nostra vita, se gli altri si fanno diventare il male, allora per forza, come parte opposta noi siamo il bene. Anche se poi, alla fine, è esattamente il contrario. Eppure, quanto meno agli occhi della società, non è un resoconto fondamentale, fintanto che non si potrà recensire perfino la propria anima.

Marta Borroni