È primato al box office per la pellicola italiana di Paolo Genovese, The Place, che il week end ha contribuito a far decollare con un incasso di oltre 1.670.000 euro.

La pellicola è tratta dalla serie tv americana The Booth at the End del 2010 e vede al centro delle vicende un corposo coro di personaggi tra le quali voci spicca sicuramente quella del protagonista, un cliente fisso del locale che è ambientazione di qualsiasi scena del film. In modo simile al suo precedente successo premiato con ben due David di Donatello, Perfetti Sconosciuti (2016), o all’internazionale Carnage (2011) di Roman Polanski, Genovese propone un unico scenario nel quale muovere i suoi personaggi, focalizzando l’attenzione dello spettatore sulle vicende più propriamente umane dei personaggi.

Che sia illuminato dai raggi naturali del Sole o dalla fredda luce artificiale, l’uomo è sempre seduto al tavolo del bar e per strane dinamiche solo largamente tangibili la gente gli si avvicina, accomodandosi al suo stesso tavolo e intessendo conversazioni. La definizione del protagonista è sempre abbozzata, volta sempre a svelare le identità più nascoste dei suoi interlocutori. Ogni conversazione giunge ad un punto in cui la persona che sta di fronte a lui esprime un desiderio, di qualsiasi natura chiedendo consiglio sul percorso da affrontare per realizzarlo. Di fronte ad ogni richiesta l’uomo esprime una sentenza affidando ad ogni personaggio un compito che è necessario portare a termine per ottenere ciò che più di ogni altra cosa brama.

In modo assolutamente singolare, ogni soggetto si imbatterà nella propria identità viscerale, giungendo a scoprirsi in modo più intimo e autentico.

Quanto vale effettivamente ciò che desideriamo più di ogni altra cosa? Quanta parte della nostra stabilità identitaria e razionalità umana siamo disposti a barattare per ottenere l’inconfessabile?

Tra gli interpreti all’interno della pellicola Valerio Mastandrea nei panni dell’enigmatico protagonista, Marco Giallini, ormai stretto collaboratore di Paolo Genovese, Alba Rohrwacher, Rocco Papaleo, Silvio Muccino e Sabrina Ferilli.Il film del regista romano sembra il set di un esperimento di psicologia sociale dove viene finemente analizzata la soglia dell’accettabilità di un’azione di qualsiasi natura compiuta per un tornaconto personale.

La riuscita sta nella costruzione di personaggi verosimili, soggetti che potenzialmente potrebbero affollare le strade e sedersi al tavolo accanto al nostro in un qualsiasi ristorante chiamato The Place. Oltre a questo si somma la curiosità negli occhi di chi osserva la pellicola: all’iniziale idea stuzzicante di svelare il carattere dei desideri di ogni personaggio, si sostituisce quella di osservare fino a che punto gli stessi sono in grado di spingersi pur di raggiungere l’oggetto bramato. Elemento di cornice che talvolta emerge travolgendo lo spettatore è certamente la colonna sonora del film scritta e cantata da Marianne Mirage, partecipante a Sanremo Giovani lo scorso anno e voluta da Genovese appositamente per accompagnare la sua pellicola.

«Mi sono detta che l’uomo è pieno di sfaccettature, ma ciò che emerge dal film è il sentimento di una mancanza da colmare: questi individui chiedono qualcosa in cambio altro, desiderano ciò che non hanno. Ho cercato di restituire con voce graffiante le emozioni della mancanza: la malinconia, la tristezza». – (Vanity Fair, Marianne Mirage).

Paolo Genovese sembra dunque aver azzeccato in pieno l’interesse del pubblico verso le debolezze umane e i lati più indicibili delle loro fragili identità.

 

Beatrice Bravi