Impossibile contare quante siano le separazioni che accadono nel mondo, per non parlare dei divorzi legali effettivi che avvengono ogni giorno: in ogni attimo un amore si chiude e un legame si spezza, senza saperne il perché, e quando c’è, spesso si vuole lasciarlo alle spalle il meno dolorosamente possibile.

Il fulcro, quando si parla di relazioni serie e stabili dove si sono fatte delle promesse e degli impegni sono stati presi, non è solo un noi che diventa coppia, ma anche come la coppia diventa famiglia a sé stante e come entra, lentamente, in quella che gira attorno al nuovo nucleo famigliare, di quell’io e te. I genitori diventano il simbolo base dei due partner, la staffetta a cui affidare il proprio futuro e su cui fare affidamento nei passeggi delicati e sensibili che l’amore declina nel suo sviluppo.

Genitori che possono essere motivo di unione, divisione, contrasto, affiatamento; un grande miscuglio di sentimento che si lega inevitabilmente a doppio filo con quello della coppia. Quando si immagina una separazione o più crudelmente quando la si vive, ci si proietta facilmente in quel duo unico diviso improvvisamente a metà. Ma cosa succede al contorno, a quella famiglia che aveva promesso affetto non a uno dei due, ma sempre e comunque ad entrambi?

L’appartenenza di sangue diventa il legame offuscante di uno schieramento di parti senza esclusione di colpi, sofferenti e impietosi, dove come in trincea deve esserci una linea di confine che traccia il limite definitivo in cui la fine, come cosa ormai certa, annulla le persone che decidono da quale delle due sponde d’ora in poi dovranno appartenere.

Non c’è più condivisione, è una deduzione logica. Eppure, nei fatti, ogni cosa in quella divisione si lacera, lasciando brandelli di un passato che si pensava poter essere un futuro per sempre – come la vita insieme- dove si viene poi catapultati in un mai attuale – chiedendosi se quella vita c’è mai stata davvero- se mai ci sarà ancora. Un errore che commettiamo tutti: pensare esclusivamente all’altro come persona unica, come se questo essere non possa avere radici e appartenenze, visioni differenti e che, peggio, mai potranno incidere su quell’amore così raro da sostenere il peso di qualsiasi altra presenza al suo interno.

Poi le altre persone, le mamme e i papà, i nonni e gli zii, i nipoti e i cugini arrivano per forza e anche ovviamente con gioia ad arricchire quella coppia che diventa il nuovo elemento aggiuntivo della famiglia di origine.
Non si è più solo stessi e l’altro, non esistono soltanto i week end fuori porta, i cinema a tarda notte, i letti sfatti al mattino, i messaggi della buona notte, tutti questi episodi magici e liberi, diventano, allargandosi con le famiglie, momenti sempre più brevi e meno importanti, incastonati maggiormente nell’ottica di cose più sostanziali e tradizionali.

Si amplificano i tetti, le case da visitare, i giorni di festa da moltiplicare per poter vedere tuti i parenti, le ricette delle nonne differenti, l’antagonismo, scherzoso o meno, tra nuora e suocera, i giocattoli colorati comprati per i nipoti, le fidanzate dei cugini con cui stringere amicizia, nuovi volti che si aggiungono al folto album di una storia d’amore.

Cosa resta, di queste scatti convinti, quando una separazione irrompe nella coppia?

I letti al mattino possono restare compatti, si può avere la forza per dimenticare i messaggi della buona notte, i week end fuori porta possono aspettare, ma chi li può scordare i visi dei bambini che ti arrivavano in braccio per giocare, le ricette appuntate a matita come regalo, i mazzi di carte consumati in qualche partita a Natale, gli indirizzi di case che non si potranno più visitare?

Rimane difficile trovare un equilibrio giusto e sano tra un figlio e il proprio partner. Si è consapevoli che quando qualcosa finisce i rapporti sono costretti a mutare, ma rimane anche un’angoscia profonda nel percepirsi persone che hanno avuto sentimenti in affitto e che poi, sotto sfratto, ci si possa pentire di quello che si è provato.

Si dovrebbe imparare che per amare una persona bisogna accettare non solo chi è ma anche da dove viene, cosa comportata per noi e in noi la sua storia. Esattamente come quando si accoglie il partner del proprio figlio dentro le mura casalinghe, quando gli si trasmette un pezzo delle proprie tradizioni, non si può poi pensare un giorno di toglierli il saluto, di non avere più considerazione di quello che è stato, soprattutto quando è avvenuto in casa nostra.

Ma noi, come esseri umani, queste accortezze non le impariamo mai, forse nemmeno abbiamo voglia di farlo. Finché va bene siamo entusiasti di spendere sorrisi e di essere felici, ma quando va male, non ci interessa nessun perché, l’importante è che qualsiasi cosa sia, avvenga lontano da noi. Spesso è già difficile farci importare perché si ama, figuriamoci preoccuparci del perché non accade più. Ed è che qui, da questa poca importanza del perché, che la separazione diventa il regno di avvocati e indiscrezioni, strati di indifferenza lasciati in sordina come brace pronta a divampare, a travolgere tutto ciò che mina l’armonia, prima che la coppia scoppia si vuole essere il più lontano possibile da essa, con l’istinto di distruggerla noi per primi, così che la parola fine renda la sua funzione definitiva.

Il senso di rivalsa su proprietà, oggetti, affidamenti di persone e affetti, sono solo la scusa per mettere cerotti di orgoglio verso quell’altro, l’altra parte coppia di noi e i quell’unione che dal tutto che era, deve diventare un nulla ben definito. La comunione che sanciva l’unione diventa la visione della separazione. Io sono io e tu sei tu, questo appartiene a te, questo appartiene a me, questa è la mia famiglia quest’altra è la tua, e nulla di tutto questo sarà mai più nostro. L’arringa finisce quando la trincea fa il conto delle sue vittime e si alza bandiera bianca su una guerra ormai logora e stanca di se stessa, l’importante è rimanere superstiti del proprio amore.

Tempo fa ebbi un lutto in famiglia: questo parente era molto affezionato alla persona che avevo affianco allora, pur essendosi visti poco, si era creato un affetto e una stima sincera e reciproca fra entrambi. Quando il mio parente morì questa persona non era già più al mio fianco ed io, onestamente, per tutto il tempo del funerale ho pensato di scrivergli per dirgli chi era morto in quei giorni. Alla fine, non l’ho fatto.

Ma al di là di noi, di quel mio momento, a volte penso a come sarebbe bello, per chi si è diviso dirsi, con sincerità:

“Ciao, sono sempre io.”
“Ciao, sei sempre tu.”

E ogni tanto ricordare quel duo che ognuno di noi è stato con l’altro, quell’amore interrotto che prima o poi tutti abbiamo provato, quel per sempre sperato e poi negato, le famiglie che abbiamo avuto accanto e che ci hanno lasciato abbozzi di noi e dove noi, sulle loro case, abbiamo posato ombre e passato.

Marta Borroni