«A casa mia, in questi giorni, ci sono tanti scatoloni. Scatoloni ovunque. Scatoloni quando entri in casa all’ingresso e scatoloni in soggiorno, scatoloni di varie marche, scatoloni di varie grandezze, forme, altezze. Ne abbiamo di tutti i tipi. Scatoloni pieni di libri e scatoloni pieni di oggetti, scatoloni pieni di stoviglie, vestiti, foto e ricordi. Ogni scatolone ha la sua scritta, ordinata, fatta a pennarello, indelebile […]. Prima o poi gli scatoloni arrivano per tutti».

Se qualcuno mi chiedesse di stringere in un’immagine Storie in affitto, il libro di Roberto Moliterni, pubblicato da Dino Audino Editore, non potrei che pensare a questo: tanti scatoloni messi in fila, carichi di oggetti, cianfrusaglie, ma anche di cose belle da cui è difficile separarsi. Poi certo ci sarebbero altre immagini: i mazzi di chiavi, le piante, il traffico di Roma, i portoni, le case, i palazzi, i monolocali, gli appartamenti, i passi della gente che va e che viene e ancora le orme lasciate da due tazze che su una vecchia mensola non ci sono più. Ma è da un trasloco che comincia questo «romanzo a racconti», definizione più che mai appropriata, perché alla storia del giovane protagonista se ne agganciano tante altre. Dopo aver vissuto per mesi in una casa di proprietà di un certo Marcuccio al Pigneto, nella parte brutta, cioè quella che non è famosa, quella in cui ci sono ancora i romani e un sacco di immigrati, con Angela, una coinquilina di origini siciliane, che ha deciso di convolare a nozze con Tonino, un bravo ragazzo, ma non bravo per modo di dire, bravo perché gli si potrebbe dare il pin del bancomat senza temere, Roberto si vede costretto ad accettare qualcun altro con cui condividere l’appartamento. Se con la prima il «coinquillinaggio» si era rivelato un’esperienza positiva, Angela e Roberto erano stati, infatti, come «due cactus che stanno dentro lo stesso vaso e che si possono pungere se invadono troppo lo spazio dell’altro», col secondo il protagonista avvertirà il desiderio di cambiare aria.

«Al Pigneto non ci voglio più stare, o almeno non voglio stare in questa casa. È venuto uno che ha scelto Marcuccio, il proprietario. Uno che sembrava un tipo a posto, e non lo era: la casa ha smesso di essere casa, le stanze sono diventate trincee in cui difendersi».

Così si mette a leggere annunci, segna numeri di telefono e chiama. Nel tentativo di trovare un nuovo posto in cui stare, Roberto finisce però per essere inghiottito da una bizzarra curiosità: quella di entrare nelle vite degli altri per scoprirne le storie.

«Ma è tutto vero quello che mi hai raccontato? Kabul, le bombe, il deserto, l’incidente. Lei prima è indispettita, poi mi guarda fisso, con le pupille che le ballano fra il sì e il no. Riconosco questo sguardo, è l’indecisione fra il dire una verità che ci mostrerebbe fragili e il mentire per mantenere compatta, agli occhi degli altri e di se stessi, l’immagine di sé. “E tu, è vero che stai cercando una casa?” […] E se invece avesse ragione? Quand’è che ho smesso di cercare davvero la casa e ho iniziato ad andare in giro solo per sentire le storie delle persone? Quand’è che ho incominciato a scegliere gli annunci non per quella che avrebbe potuto essere la sistemazione più comoda, meglio collegata, con un buon prezzo, ma per la stravaganza di come era stato scritto l’annuncio?».

Gira Roma in lungo e in largo: da Testaccio a Montesacro, da San Giovanni alla Portuense, dal Quartiere Prati a Trastevere, andando a vedere «monolocali ricavati da salotti che nessuno si può più permettere», le «disordinate stanze di studenti a San Lorenzo» e «appartamenti fastosi di ricchi decaduti». Ed è varcato l’uscio di ciascuno di essi che Roberto si scontra con uomini in preda alla solitudine, signore attempate disposte a maritarsi, pensionati che non accettano la fuga del tempo, padroni di casa dispensatori di ottimismo, ragazzi taciturni e schivi, possibili assassini e gente fuori posto. Come si legge nella quarta di copertina del libro:

«In Storie in affitto viene fuori una geografia umana tragicomica – raccontata con ironia e leggerezza – dove, in fondo alla disperazione, rimane sempre un barlume di umanità e un affresco della contemporaneità compromessa dall’incertezza».

Un vero e proprio cammino di formazione per il protagonista, perché è nel confronto con l’altro che questi riesce a conoscere meglio se stesso. Un libro non banale, che sa raccontare la quotidianità, del resto a chi non è capitato di essere alla ricerca di una nuova casa? A fare la differenza è l’humor del protagonista, che risulta un «guardone» simpatico, vicino per intendersi al fotoreporter Jeff de La finestra sul cortile, il capolavoro del ’54 di Alfred Hitchcock. Col cinema poi questo Storie in affitto pare legato da un doppio nodo: che Roberto Moliterni, infatti, sia non solo scrittore, ma sceneggiatore di professione – si è laureato in Cinema nel 2007 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa, ha vinto il Premio Malerba e ottenuto menzioni al Premio Sonar Script e Mattador, ha scritto corti, soggetti, sceneggiature e testi sul cinema –  lo si capisce dalla penna, che scorre svelta. È un romanzo per immagini, che sa indugiare sui particolari senza annoiare, imprigionare gli odori nell’androne di un vecchio palazzo o il profumo di una bella donna, rappresentare il caos di Roma e dei suoi abitanti. Senza contare il riferimento felliniano, ad Amarcord in particolare, sul finale: non credo sia un caso che Massimo, il medico proprietario del bilocale a Monti, venga da Rimini, il posto in cui è nato e cresciuto, prima di andarsene per fare l’università.

«Il Grand Hotel, maestoso, a pochi passi dal mare, che, dal mare sembra affiorare come una visione. Ogni città o paese ha un posto così, un posto in cui, per chi ha scelto di viverci lontano, ritornare con la mente. E nella mente questo posto non invecchia: il Grand Hotel è sempre lì, bello e maestoso come quando si era giovani e ospitava sogni di adolescenti».

Un libro che senza pretese scatta da più angolazioni foto del nostro presente, mettendoci dentro ansie, preoccupazioni, manie, desideri, paradossi e stramberie di una carrellata di personaggi «baciati» dal sole di Roma. Lo stile è piacevole, specchio della società coeva (in alcuni punti forse il linguaggio è fin troppo vicino al parlato!). La bella copertina sembra quella di un graphic novel e sinceramente non escludo che in futuro Storie in affitto lo diventi, né sarei stupita se ne traessero spunto per una fiction o per un buon film. Quasi quasi me lo auguro.

Titolo: Storie in affitto

Autore: Roberto Moliterni

Editore: Dino Audino

Pagine: 157

Anno: 2017 

 

 

Cristina La Bella