Immaginate che bello sarebbe vivere fino a cent’anni e per di più come degli arzilli cinquantenni? Ebbene, gli scienziati dicono che questo è possibile, e che a tal fine non serve neppure un conto bancario a nove zeri. La formula della longevità a quanto pare sta là, dietro l’angolo, ed è talmente alla portata di tutti da suscitare quasi incredulità. Che il vegetarianismo faccia vivere più a lungo ormai si sa;  in questo gli scienziati sono pressoché univoci: nutrirsi principalmente di frutta, verdura, legumi e cereali, limitando al minimo il consumo di prodotti animali favorisce la longevità, o comunque la qualità della vita. Ma da alcuni anni si trovano sempre più riscontri scientifici sull’esistenza di un’arma alleata della nostra salute ancora più potente della dieta basata sui vegetali. Il digiuno, ovvero l’astinenza dal cibo per un periodo più o meno prolungato, che in certi casi può essere perfino protratto per alcuni giorni, sembra infatti rappresentare un toccasana per il nostro organismo, contribuendo addirittura a rallentare l’invecchiamento.

Come è facile immaginare, l’idea di privarsi del cibo per 48 ore o più non è sicuramente entusiasmante, eppure diversi esperimenti sui ratti in laboratorio dimostrano in maniera inconfutabile che gli esemplari privati di cibo (o comunque a restrizione calorica) per periodi più o meno prolungati vivono più a lungo rispetto ai gruppi di controllo, e risultano inoltre immuni da molte malattie degenerative legate all’età. Non solo: esperimenti portati avanti da un gruppo di ricercatori che per alcuni anni hanno vissuto in un ambiente isolato dal mondo esterno e ridotto l’assunzione calorica giornaliera dalle 1500-2500 calorie comuni nella cultura occidentale a 600-700 calorie, seguendo una dieta priva di prodotti trasformati, povera di proteine (proteine animali nello specifico), ricca di grassi cosiddetti buoni (ossia polinsaturi, presenti nei frutti come l’avocado, nelle noci, nelle olive, ecc.) e carboidrati complessi, hanno dimostrato come un tale regime alimentare giochi un ruolo cruciale nella prevenzione di tante malattie e disfunzioni che sono in genere associate all’avanzare degli anni e viste come inevitabili. Si parla di alterazioni serie come i tumori, le malattie cardiovascolari, il diabete e il morbo di Alzheimer, per citarne solo alcune. I partecipanti all’esperimento, dopo un periodo prolungato di restrizione calorica (si parla di alcuni anni), presentavano valori infiammatori molto bassi (il che significa che le probabilità per questi soggetti di contrarre ad esempio una qualsiasi forma tumorale era pressoché inesistente) oltre che valori glicemici anch’essi molto bassi (ricordiamo che la glicemia gioca un ruolo fondamentale nella comparsa del diabete di tipo 2, associato ad un cattivo stile di vita).

Questi risultati trovano riscontro anche negli studi dell’équipe del ricercatore italiano Valter Longo, oggi direttore del centro studi sulla longevità della California (Longevity Institute of Southern California). Longo si interessa da tempo alla ricerca sui fenomeni degenerativi dell’organismo umano legati all’età, e diverse ricerche sugli animali da laboratorio, sui lieviti e su determinate popolazioni umane hanno portato il ricercatore genovese a concludere che digiunando (o comunque mangiando poco) si vive più a lungo. In particolare, il processo di invecchiamento e la comparsa di molte delle malattie degenerative tipiche delle società industrializzate sembrano essere legati al consumo smodato di proteine animali da parte dell’uomo. Longo, durante diversi studi sul campo, ha notato la ridottissima percentuale di fenomeni tumorali e diabete presso una popolazione presente nel territorio dell’Ecuador, scoprendo quindi come tale immunità fosse legata alla deficienza nel ricettore dell’ormone della crescita nei gruppi esaminati. Ora, il ricettore in questione rappresenta la principale via di segnalazione delle proteine, per cui la chiave, secondo il professor Longo, consisterebbe nell’attivare il meno possibile questo ormone, attraverso quindi la limitazione drastica del consumo di alimenti altamente proteici. A grandi linee, si può inoltre affermare che le proteine in eccesso, non riuscendo ad essere smaltite dall’organismo, si depositano sotto forma di scorie nel tessuto adiposo. Come sappiamo, l’organismo umano è  portato a utilizzare in primis le riserve di zuccheri come fonte di energia e a servirsi delle riserve di grasso soltanto nel momento in cui le prime si esauriscono. Il nostro corpo quindi, attraverso il digiuno, avendo a un certo punto esaurito le riserve di zuccheri da cui attingere l’energia necessaria alle attività quotidiane, procederebbe alla rimozione selettiva degli elementi citoplasmatici danneggiati che si trovano depositati nel tessuto adiposo, favorendo in questo modo la rigenerazione cellulare grazie al processo noto in biologia come auto fagocitosi o autofagia cellulare. Diversi studi hanno dimostrato che un digiuno quotidiano di 16 ore favorisce questa sorta di autoriparazione del nostro organismo. Questo tipo di privazione, che a prima vista sembra impossibile da attuare, soprattutto giornalmente, è al contrario piuttosto semplice se si pensa che, finendo ad esempio di cenare alle otto di sera, a mezzogiorno del giorno seguente si può già pranzare avendo rispettato le sedici ore (in pratica si è solamente saltata la colazione). Lo stesso Longo segue a suo dire un regime alimentare ricco di grassi insaturi di origine vegetale e provenienti dal pesce, di fibre (verdura e carboidrati complessi) e povero di proteine animali (presenti nelle carni ma anche nei latticini e nelle uova), saltando spesso il pranzo.

L’ironia, se si vuole, sta nel fatto che la scienza ha messo in evidenza quello che in effetti si sa fin dai tempi più remoti. L’esempio più emblematico, legato alla nostra natura biologica, è rappresentato dagli ominidi nostri antenati, i quali non avevano certamente a disposizione le riserve di cibo di cui noi oggi disponiamo e si trovavano così costretti a periodi anche lunghi di restrizione calorica o addirittura di astinenza totale dal cibo. Per quanto riguarda esempi invece più culturali o ‘’morali’’ sull’argomento, sappiamo l’importanza di questo atto nelle religioni (pensiamo ai 40 giorni di Cristo passati nel deserto in assenza totale di cibo, oppure a Mosè, anch’esso privatosi del nutrimento per 40 giorni per volere del Signore) come segno di rivalsa spirituale e autocontrollo rispetto ai desideri corporei, per non parlare della Grecia classica, in cui troviamo tra gli esempi eccellenti dei sostenitori del digiuno Platone, che nel suo Fedone parla della nutrizione come “distrazione da cose più alte”. E come il filosofo greco tanti altri saggi e pensatori, fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui diversi medici e fisiologi sembrano essersi resi conto delle potenzialità terapeutiche dell’astensione programmata dal cibo. Si veda ad esempio il trattato dal titolo emblematico Il digiuno, miglior rimedio della natura (2010), scritto dal medico francese Albert Mosséri.

Al di là dei benefici fisiologici, chiunque abbia provato a digiunare in maniera regolare per 16-18 ore durante la giornata conosce bene il senso di leggerezza e lucidità mentale che la privazione di cibo comporta. In questo periodo di tempo si impara inoltre a distinguere la fame psicologica (dettata principalmente dall’abitudine e influenzata da fattori secondari come lo stress) dalla fame invece vera e propria, quella fisiologica, raggiungendo un autocontrollo impossibile da ottenere in situazioni in cui si tende continuamente a ingerire del cibo.

Ancora una volta la natura dimostra la sua  logica ferrea e implacabile e si manifesta come l’alleata più fedele del nostro benessere, mentre noi continuiamo ad affidarci a delle soluzioni spesso costose nonché inutili, con grande piacere dell’industria alimentare e farmaceutica.

 

Marco Orrù