The Square è il titolo del lungometraggio del regista svedese Ruben Ostlund e dell’installazione di punta di un museo d’arte contemporanea di Stoccolma, principale scenario delle vicende del film.

La pellicola è stata presentata in anteprima al Festival del cinema di Cannes aggiudicandosi la Palma d’oro, che sembra essere stata il pass per la candidatura nella sezione Miglior film in lingua straniera agli Oscar 2018.

Al centro dell’intreccio Christian – interpretato dall’attore e musicista Claes Bang – curatore del museo, uomo vanesio e tronfio della sua professione. L’intero film vedrà alternarsi l’elogio dell’astrattezza di cui Christian sarà il paladino, e la triviale natura dell’uomo. Il forte contrasto creerà scene confuse dove lo stesso protagonista vedrà allontanarsi da sé le certezze che hanno strutturato la sua esistenza. La stessa opera, The Square, rappresenta il vessillo, l’oggetto simbolo di tale opposizione, tema centrale designato da Ostlund per il suo film: un perimetro luminoso all’interno del quale tutti hanno uguali diritti e doveri che riporta la primitiva e genetica uguaglianza tra gli esseri umani scevra da qualsiasi indole violenta e di prevaricazione, legittimato tuttavia a questa funzione solamente dal potere dell’uomo stesso.

Durante il film, il cineasta svedese decide di riproporre il contrasto uomo-scimmia già utilizzato sapientemente da un maestro del cinema quale Stanley Kubrick in 2001: Odissea nello spazio. Si succedono, infatti, scene in cui personaggi del film sfilano in cene di gala svestiti e in atteggiamenti animaleschi o altre in cui il protagonista si ritrova a condividere il divano di casa con uno scimpanzé.

L’interpretazione pare essere univoca: l’uomo oltre i confini fisici della sua naturale esistenza e del proprio habitat (l’astronauta kubrickiano) stride come il suo elevarsi ad essere concettuale e spirituale costruendo la realtà, vestendola di significati arbitrari e delimitandola in scompartimenti per soddisfare il proprio bisogno di ordine e sistematicità (Christian in The Square). Proprio il concetto di confine è centrale nello sviluppo intellettuale del film. In questo caso i confini non vengono creati per contrassegnare un territorio specifico caratterizzato da una propria identità culturale, bensì per intagliare in un mondo che si dipinge come ordinato nelle sue gerarchie e nell’adesione ad astratte ideologie un perimetro all’interno del quale viga la primitiva e fondamentale uguaglianza e libertà con le quali l’essere umano è comparso sulla Terra.

Il regista, infatti, inizia con il setting asettico di un museo d’arte contemporanea: il protagonista illustra con fare stucchevolmente saccente la sua arte, il messaggio delle opere esposte, sovrastando la giornalista di fronte a sé. Cos’è l’arte? Quando un oggetto comune assume i connotati di opera e può essere legittimata di questo titolo tanto da guadagnarsi un posto in un esposizione? Una pochette potrebbe mai stare al centro di una stanza ed essere ammirata da decine di visitatori ogni giorno?

Questo è lo specchio del mondo sovrastrutturato e costruito ad hoc dall’uomo moderno, sicuro e stabile nelle sue architetture mentali e culturali, autoincensando il proprio ingegno e facendo diventare qualsiasi azione espressione di un più alto sentire, parte di qualcosa di alto e nobile, ideale.

Seguono in totale contrasto degli sviluppi lontanissimi da questo tripudio di razionale ed idilliaco perbenismo: il protagonista è vittima di avvenimenti imprevedibili, la natura violenta e la rivendicazione animalesca trovano il modo di estrinsecarsi grazie ad una catena di avvenimenti caotici.

Ahimè il regista ci ricorda che l’iperuranio platonico era solamente un mondo utopico ben distante dalle connaturate bassezze dell’essere umano. L’elogio di un mondo assai distante dal reale e vestito di significati astratti nasconde una finalità ultima: la mercatizzazione dell’arte. Anche nella persona di Christian stesso è possibile cogliere la sua abilità di mercante d’arte che potrebbe essere in grado di trasformare qualsiasi oggetto decantandone il valore intellettuale: fornisce significati preconfezionati delle sue opere ai visitatori, nutrendo il cerebralismo di un’enclave di collezionisti.

Arte dunque potrebbe essere la pellicola stessa, The Square di Ostlund, che in modo sintonico alle opere di Piero Manzoni, assume i connotati di opera proprio per il suo potere demistificatorio e ironico con il quale riesce a beffarsi dell’intellettualoide allocco e vittima delle manipolazioni di curatori esperti che strizzano l’occhio al mondo del marketing.

Il film, distribuito da Theodora Film, è attualmente in programmazione nelle sale cinematografiche italiane, quindi cosa aspettate? Correte a vederlo!

 

Beatrice Bravi