Da donna mi capita di scrivere di uomini e, se le donne le posso comprendere come visione, mi viene più facile vivere gli uomini come emozione. Quindi scrivo degli uomini relativamente poco e però lo faccio attraverso quello che sono; ovvero una femmina, il gentil sesso opposto a loro.
Su questo aspetto mi capita di riflettere spesso. Alzi la mano chi non vorrebbe sapere cosa provano gli uomini e soprattutto come lo provano, diversamente da noi? Come scrittrice come non ambire a descriverli così dettagliatamente da riuscire a comprenderli più di quanto non facciano loro con se stessi?
Il punto è, come scritto qualche riga prima, che io come la stragrande maggioranza di noi l’uomo tendo a viverlo, sentimentalmente parlando, estremamente a pieno, così tanto che comunque di lui mi rimane addosso un forte mistero, ed è quel meccanismo oscuro che mi porta, come narratrice, ad essere vagamente un po’ imbranata a scrivere di loro.

Forse accade per quegli estremi nel quale ci costringono: da una parte quell’assoluto e naturale desiderio di mascolinità nella nostra vita femminile per poi trovarci di colpo dall’altra parte, scaraventate nel dominio di potere, abuso e violenza con il quale, noi essere inferiori a loro da sempre, veniamo ridotte a poltiglia di sofferenza.
Di questi due estremi si è scritto così tanto, io per prima, che forse abbiamo dimenticato ciò che sta nel mezzo,  ciò che può essere un uomo al giorno d’oggi. Quell’uomo di oggi che ignoriamo, sogniamo, amiamo, dimentichiamo.

Come già detto, si è espresso parecchio su quanto gli uomini hanno e continuino a influire negativamente sulla vita di una donna, ma di questo disagio parliamo sempre così tanto al femminile da non capire che anche gli uomini possono soffrire e possono farlo veramente tanto. Credo che per quanto sia difficile essere umani e poi uomini, essere donna sia sempre un pizzico più difficile, però altrettanto fortemente credo sia difficilissimo essere uomini oggi.
L’uomo, con il suo sesso, è indubbiamente un elemento in cui attualmente vengono catalizzate le rivolte e le denunce più controverse. Se è più che legittimo che la donna si sia emancipata e tolta dalla stereotipo costretto di donna oggetto, figlia del padre padrone e moglie devota del marito nullafacente, può essere altrettanto vero che la fuga di quest’ultima dai compiti più antichi del mondo, come quella di donna e madre di casa, getta l’uomo nelle più profonde insicurezze. Oggi lottiamo per essere pagate non solo come gli uomini, ma anche più di loro -che può essere giusto- possiamo ambire e salire ai ruoli di potere, ci difendiamo da sole, facciamo sesso da sole o con altre donne, siamo forse libere dai vecchi pregiudizi, per non parlare dei figli in provetta. Siamo militari senza la gonnella, possiamo essere come gli uomini, anche fisicamente parlando. Dunque, ormai  a cosa servono essi?

Per l’amore, ovvio. Eppure anche l’amore scende dalla cima della classifica quando la liberta femminile, così tanto agognata  e sognata, sembra essere sempre più a portata di mano. Insomma, in questo momento attuale, ammettiamolo, l’uomo ha perso di utilità. Quindi pensiamo, per un attimo, a come possono sentirsi gli uomini oggi.

Figli di madri manager, compagni di donne indipendenti, padri a cui vengono delegati i figli come pacchi più come atti di amore. Non che sia sbagliato essere madri e mogli e avere la propria indipendenza, ma per quanto si dica sempre il contrario, l’uomo ha bisogno di una donna accanto, di una parte femminile da sfruttare, nel male, da amare, nel bene. La compensazione, questa famosa formula magica di cui noi tutti continuiamo ad ignorare le dosi.
Si parla di pressioni femminili, come se quelle maschili non esistessero. Perché si sa, l’uomo lo vogliamo bello, sensibile, romantico, pratico ma sognatore, affabile però  imprevedibile, ricco ma semplice, simpatico ma serio… insomma, ci siamo capiti, meglio tagliare che la lista è ancora lunga.

Ed è vero che troppo spesso la confusione femminile crea disordine nell’approccio con il genere maschile. Se ci apre la porta non va bene perché noi ormai siamo essere indipendenti, ma se non la fa vuol dire che non è galante, se ci regala le rose rosse è banale e superficiale, se però non ci fa nessun pensiero vuol dire che non tiene a noi, se lavora troppo è distante se non lavora per nulla è inutile e così via. Per anni ci siamo sentite essere così inadatte nel ruolo di donne accanto ad uomo, tanto che ad oggi penso siano le donne a far sentire inadatti gli uomini accanto a loro.
Rimane ovvio che generalizzare è impossibile: ogni essere umano ha una sua storia a sé, ma è altrettanto reale che nella ricerca di essere come gli uomini, le donne hanno perso la loro bellezza di compagne, non la loro funzione, ma proprio quella la magnificenza di essere diversa. Abbiamo svilito una forza –la nostra- velatamente potente per una allettante seppur meno promettente, la loro. Donne che vogliono essere uomini ma rimangono donne. Gli uomini di oggi, come possono amarci per quello che abbiamo voluto diventare?
Quali certezze possono avere se noi stesse, per prime, miniamo continuamente la femminilità al quale loro sono così attaccati? Non parlo di tacchi alti e gonne, ma di quella volontà così dirompente da avere sempre diretto il mondo verso la salvezza. Per anni ci sono state tarpate le ali per l’invidia e la paura di questa nostra forza, che gli uomini così deboli, troppo spesso,  in segreto hanno sognato di essere noi.
E ora che noi siamo come loro, viene difficili immaginarci salde come un tempo, soprattutto adesso che nonostante tutto nemmeno noi, ormai mascoline, riusciamo lo stesso a capire a fondo le debolezze maschili.
Invertire i ruoli ha poco senso, non è quell’inversione a garantirci i pari diritti, forse dovremmo ridare agli uomini  maggiore spessore, lasciargli la possibilità del loro ruolo nelle cose belle, e lottare solo per quelle che lo sono meno.

Ci si compensa non solo per amarci, ma per essere uno la funzione dell’altro, un meccanismo ad incastro che funziona solo se le rotelle sono su assi diverse e per questo perfettamente assemblabili.

 

Marta Borroni