Il cinema italiano è in crisi. Mancano i finanziamenti, mancano i talenti, mancano le idee. Questo è il mantra che sentiamo ripetere da qualche anno a questa parte. Ma non è stato sempre così. L’industria cinematografica italiana infatti ha da sempre avuto un ruolo prominente a livello mondiale nelle produzioni intellettuali, popolari e di genere. In particolare, gli anni settanta hanno rappresentato il boom delle pellicole cosiddette di serie B, che si allacciavano al filone popolare (rivolto quindi al grande pubblico) e trovavano espressione nel western, nel giallo, nella commedia erotica (chi non ha mai visto Lino Banfi alle prese con Edwige Fenech scagli la prima pietra) e nell’horror. Quelli erano tempi in cui i film nascevano come funghi dopo una giornata di pioggia a novembre, i finanziamenti erano spesso ridotti all’osso, le sceneggiature venivano scritte su due piedi, il cast riceveva non di rado compensi irrisori, le riprese duravano poche settimane (o pochi giorni) e, meraviglia delle meraviglie, i film comunque funzionavano.

Tra i guru portabandiera dell’età d’oro delle pellicole di serie B troviamo sicuramente Lucio Fulci, cardiologo romano diventato cineasta  dopo aver seguito gli studi al Centro sperimentale di cinematografia nel capoluogo laziale. Fulci incorpora nei suoi lavori tutto ciò che gli anni settanta hanno rappresentato, passando dal cinema impegnato a quello commerciale e spaziando dalla commedia erotica (come sappiamo molto in voga in quegli anni) al western, al thriller e infine all’horror, mantenendo sempre la caratteristica dell’outsider e spingendo oltre il limite la rappresentazione del macabro, come nessun altro fino ad allora aveva osato fare. Ecco quindi il soprannome di “maestro del macabro” e “regista splatter”, termini che rispecchiano appieno il modo diretto e esplicito di fare cinema del regista romano. Esempio di pellicola ben riuscita in cui sono presenti tutte le caratteristiche suddette è Zombi 2 del 1979. Nata come seguito non ufficiale della ben più nota Dawn of the Dead dell’americano George Romero, uscita qualche tempo prima e distribuita in Italia con il titolo di Zombi. La pellicola in realtà con quella di Romero in comune ha soltanto i morti viventi. Nel lavoro di Fulci manca infatti la critica sociale e il tema della sopravvivenza, ben presente invece nel suo predecessore. Ma quello che colpisce in Zombi 2 è l’aspetto artigianale della produzione (e del prodotto). Quelli erano tempi in cui si usava dire pane al pane e in cui si conosceva molto bene l’arte di sapersi arrangiare. Allora accadeva che la troupe fosse composta in parte da professionisti e in parte da amici e conoscenti, che gli attori venissero scritturati qualche giorno prima delle riprese (saltando quindi tutto l’iter burocratico che comprendeva il provino e la stesura del contratto) e che i produttori mettessero a disposizione un budget così scarno che i registi si trovavano costretti a portare a termine il lavoro escogitando degli espedienti che oggi sarebbero impensabili (oltre che inattuabili). Nel documentario Le notti italiane dei morti viventi (2016), dedicato a Zombi 2, si dice ad esempio che la troupe mancò, per così dire, di richiedere il permesso di girare nella città di New York, dove la parte iniziale della pellicola si svolgeva, per cui la maggior parte delle riprese vennero effettuate all’alba, onde evitare fastidi burocratici con le forze dell’ordine della città statunitense. Sappiamo inoltre che la troupe, in volo verso i Caraibi per il seguito della lavorazione della pellicola, ne approfittava per immortalare con la macchina da presa delle scene per un altro film, che ovviamente erano ambientate all’interno di un velivolo.

Altro espediente per tagliare le spese, sempre durante la lavorazione di Zombi 2, consisteva nel ridurre gli addetti ai lavori (la troupe) ai minimi termini. Questo si traduceva ad esempio nell’assenza parziale delle controfigure. Emblematico l’aneddoto riguardante l’attrice Auretta Gay, la quale doveva interpretare una scena subacquea pur non sapendo nuotare. Allora Fulci si mette d’accordo con gli altri attori e decide che avrebbe messo in moto la cinepresa, spinto l’attrice in acqua, all’improvviso e all’insaputa della stessa, e  il resto del cast avrebbe dovuto provvedere a salvare la poveretta impedendole di annegare. Durante il salvataggio uno degli attori si ferì andando a sbattere la fronte sulle bombole d’ossigeno dell’attrice, procurandosi sedici punti di sutura. Questo incidente mandò su tutte le furie Fulci, il quale esternò allora la celebre frase “questa équipe non vale un cazzo!”.

 Questi particolari, che possono far sorridere (o far inorridire) rendono comunque onore a un modo di intendere il cinema in termini non pretenziosi e, se pur non proprio artistici, degni in ogni caso di una grande maestria. Oggi questo cinema non esiste più, anche se molti registi pretendono di riportare in vita il gusto retro-70 con risultati in verità pessimi. Sarebbe bello poter riportare in vita la nostra tradizione mettendo a frutto l’esperienza di grandi maestri come Lucio Fulci evitando invece di scimmiottare gli stessi.

Marco Orrù