La scena, iconica, di Mission Impossibile, dove “questa messaggio si autodistruggerà fra 5 secondi” sembra essere una fonte di ispirazione per la prossima tendenza di Facebook (ancora in fase di test e sondaggio) che vorrebbe lanciare status di 101 caratteri in grado di autodistruggersi dopo un determinato tempo, creando dei veri e propri post temporanei.

In un comunicato, il portavoce di Facebook ha così dichiarato:

«Stiamo testando un aggiornamento che consente alle persone di impostare uno status temporaneo sul proprio profilo per far conoscere agli amici quello che stanno facendo o come si sentono in quel momento»

Specificando che ciascun utente potrà gestire i propri post a tempo come meglio preferisce, impostando una data di scadenza oppure lasciandoli nel “per sempre” virtuale nel quale vengono affidate sempre più maggiormente le proprie emozioni. Nell’impostazione di questo nuovo modello di stato rimane la possibilità di scegliere chi potrà leggerlo o di farlo apparire visibilmente solo sul proprio profilo.
Una tendenza e un nuovo modo di essere e comunicare che nasce dall’esigenza di rinnovare le bacheche ormai piene di immagini fugaci e video brevi; si vuole dunque puntare nuovamente sulla parola scritta, riaprire negli utenti la voglia di scrivere, come a potersi raccontare ancora con qualcosa di più intimo e personale che non sia per forza una foto ben sviluppata.
Il punto di forza rimane sempre quello di tenere gli utenti incollati alle bacheche, pronti a scorrere e condividere.

Ciò che spinge a riflettere, al di là della reale utilità o meno di questa opzione, è il senso di pentimento che sembra governare questo momento sociale.
Si chiede sempre più parola e diritto di espressione, ma se si tratta di stagliare realmente un’emozione nel per sempre, di quel sentimento così reale presente, poi ci si pente anche abbastanza in fretta.
È giusto che ogni cosa abbia il suo limite di tempo – come del resto ogni cosa esistente- o bisognerebbe cercare di affidare una nostra parte di profondità a un per sempre di sogno, fede, ideologia?

Si entra in un concetto di filosofica riflessione, tra il qui e adesso, l’attimo che sfugge, e il dopo che potrebbe essere diverso. Dunque, se nulla rimane fermo su una convinzione, anche quello che stiamo provando proprio ora potrebbe essere falso?
Se noi diamo ad un’emozione una durata temporale, ma ad adesso eliminiamo anche la memoria, che cosa rimane di quello che abbiamo provato, di quello che siamo?

Amiamo e poi non più, ci arrabbiamo e poi non lo siamo più, si piange e poi si ride: nulla ci rimane statisticamente addosso, ma sta a noi decidere, esattamente, il tempo in cui tutto questo nasce e finisce?

Pensiamo alla frase più pronunciata di sempre, un dolce ti amo. Noi oggi lo scriviamo e domani non lo proviamo più. Succede. Ciò che realmente fa la differenza è adesso l’averlo scritto, l’averlo detto, non importa se e quando sarà passato. Eppure quando quel passato arriva e non riusciamo più a trovarci dentro il noi di ora, nasce il pentimento del sentimento.
Quante le parole e i gesti che appena fatti avremmo voluto tirare indietro, fermare sull’inizio di noi e balzarli dietro le nostre spalle. Si può chiamare il confine dell’emozioni indecise, quelle che non posso avere tempo, che creano nel proprio adesso una memoria collettiva di quella che è la nostra vita. E invece a noi piacerebbe avere sempre giorni nuovi in cui spendere più saggiamente quel saper che l’esperienza ci ha donato così duramente, per quello non si riesce a credere nel per sempre, sorreggere l’estensione di un’emozione sembra improbabile, specie quando, con il senno di poi ci sentiamo tutti inadatti all’interno di quello che ormai è già stato.
Allora scrivere una cosa e darle un tempo preciso potrebbe illuderci di preparaci al distacco che prima o poi con essa avverrà, non capendo che quel distacco programmato azzera la nostra memoria, annullando istanti fondamentali per la crescita della nostra esistenza.

È così in ogni cosa. Togliete un organo al corpo e poi un altro ancora, un’applicazione ad un sistemato operativo, un valore ad una calcolatrice, e poi così, sempre scalando, togliendo e aggiungendo sempre meno. Rimane solo zero.

Non sta di certo a me elevare Facebook ad un concetto umano e altamente filosofico, eppure ogni tanto vorrei capire quale sia il ragionamento logico e poi emotivo che ci spinge a ridurre le nostre emozioni in caratteri contati, sentimenti a scomparsa in cui si può decidere di dire basta.

Bisognerebbe avere il coraggio di condividere sempre ogni emozione provata, e se proprio non si vuole darle una durata eterna e impressa, converrebbe affidarla al nostro silenzio, così poco fotografabile e narrabile, da non dover essere giustificabile su nessuna bacheca.

Marta Borroni