alda merini 

“Chi decide chi è normale? La normaltà è un’ invenzione di chi è privo di fantasia”

Alda Merini, poetessa, aforista e scrittrice italiana, nata il 21 Marzo del 1931  come ricorda in Sono nata il ventuno a primavera e morta il 1 Novembre del 2009, è stata una delle autrici più amate  di sempre.

Dalle sue difficili esperienze, come l’internamento a causa di un disturbo bipolare ha tratto una fonte d’ispirazione: “il manicomio è stato per me il grande poema di amore e di morte”. Non si è mai vergognata  di narrare anche gli aspetti più duri e degradanti di paziente psichiatrico; elaborando  profonde riflessioni interiori, mescolando la sofferenza provata e alla sua sensibilità e  trasformandole in canto poetico.

In un intervista dichiarava: “il poeta soffre molto di più, però ha una dignità tale che non si difende neanche alle volte..è bello accettare anche il male: una delle prerogative del poeta, che è anche stata la mia, è non discutere mai da che parte venisse il male. Io l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente, è diventato poesia”.

Figlia del proprio vissuto, intenso, doloroso, pieno di solitudine, considerata “la poetessa della pazzia”, ha creduto fermamente che la malattia mentale non esistesse: ci sono gli esaurimenti nervosi, le pene familiari, le responsabilità dei figli, la fatica di crescerli, la fatica di amare.  Ma “Il vero inferno è fuori, qui a contatto degli altri, che ti giudicano, ti criticano e non ti amano”.

L’amore era un tema centrale per lei, profondo non solo fisico ma anche spirituale:  

E poi fate l’amore.

 

Niente sesso, solo amore.

…Intendo abbracci talmente stretti

da diventare una cosa sola.

…baci sulle debolezze,

sui segni di una vita

che fino a quel momento era stata un po’ sbagliata.

Ecco, fate l’amore e non vergognatevene,

perché l’amore è arte, e voi i capolavori. (E poi fate l’amore)

 

Poetessa che amava le donne, forti nella loro fragilità eppure bisognose di cura. Pur non “cattolica” nel senso confessionale, la sua poesia era intrisa di fede: Paura di Dio (1955) La Terra Santa (1984), Corpo d’amore. Un incontro con Gesù (2001), Magnificat, Un incontro con Maria (2002) e l’ultima raccolta Cantico dei Vangeli ( 2006). Il divino lo trovò nell’esperienza dolorosa del manicomio, nell’amore verso alcuni uomini, nelle sue figlie (vennero date in affidamento a causa dei suoi problemi psichiatrici, un dolore immenso per lei). Alla domanda se credesse rispose: «Credo in ciò che Dio mi ha dato, che è moltissimo: la vita, i sensi, e anche, per quello che può valere, la gloria letteraria. Qualcuno diceva: “Se considero tutte le cose che Dio mi ha dato, come posso sperare che mi darà anche il Paradiso?. Per questo ogni mattina quando mi sveglio sento il bisogno di pronunciare il mio grazie». Ritroviamo l’attaccamento alla vita in La pazza della porta accanto, opera  formata da annotazioni, pagine di diario senza data, massime, racconti di amori, di paure e ricordi,  in un flusso di pensieri non lineare ma  condivisi a ruota libera: “Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita.”

alda meriniPer lo stile semplice ma profondo,  istintivo e pieno di passione, capace di trasmettere emozioni che a pelle riconosci come vere, resta una delle autrici più condivise. Forse perché non si pose al di sopra della gente comune, ma si fece interprete dei loro sentimenti.

Personalmente ho sempre amato le sue opere, sembrano parlare a chi sta leggendo. La ricordo in un’ intervista con l’immancabile sigaretta tra le dita e lo sguardo ironico di chi ne sapeva più di te; indifferente al giudizio altrui: “Sono stata io a volerlo”- dichiarò a proposito della fotografia in cui era a seno scoperto -“ Mi fa sorridere il moralismo della gente, non lo tirano fuori per il nudo in sé, ormai ovunque, ma per quello non perfetto. È l’imperfezione a scandalizzare, come fosse una colpa. Il mio è stato un gesto di provocazione, e anche di profondo dolore: in manicomio ci spogliavano come fossimo cose. Mi sento nuda ancora adesso.                           

Forse la grandezza di Alda Merini rimane proprio questa: il coraggio di togliersi la maschera che spesso indossiamo, per vergogna, paura, convenienza, mostrando le proprie fragilità.

 

Arianna Puri