«8½ non è un film triste. È un film dolce, aurorale. Malinconico, semmai. Però la malinconia è uno stato d’animo nobilissimo: il più nutriente e il più fertile».

Così Federico Fellini parla ad Oriana Fallaci di 8½, la pellicola ritenuta da buona parte della critica il punto più alto della sua filmografia, un capolavoro indiscusso che realizza quella che è sempre stata l’ambizione di ogni cineasta: filmare il pensiero. Uscito nel 1963, acclamato da scrittori come Alberto Arbasino, che in una recensione scrisse: «casca sulla nostra narrativa nel momento più sensibile della frizione fra convenzione e avanguardia, e le può dare una bella botta nella direzione dello sperimentalismo, cioè del futuro …», il film, ispirato a Il posto delle fragole di Bergman, racconta di Guido Anselmi, un regista quarantenne, che per distendere un po’ i nervi si reca alle terme, convinto di aver esaurito la sua vena creativa, stanco dell’ambiguo rapporto con la moglie e amante. Dietro questi, si nasconde lo stesso Fellini, reduce dal successo de La dolce vita, che aveva segnato una svolta nella storia del cinema e aveva reso il cineasta riminese famoso in tutto il mondo.

«Una crisi di inspiration? E se non fosse per niente passeggera, signorino bello? Se fosse il crollo finale di un bugiardaccio senza più estro né talento? Sgulp!».

Onirico, quanto autobiografico, è un’altalena di sogni, fantasticherie, ricordi; difatti ci si muove avanti e indietro nel tempo. Difficile talvolta capire dove finisce la realtà e comincia ciò che non lo è; per questa ragione, per volontà di Fellini, molte copie del film sono state virate, proprio per guidare al meglio lo spettatore. Altre scene furono sovraesposte, ossia luminose più del dovuto, come la sequenza della fonte, ma purtroppo il recente lavoro di restauro ha tradito le intenzioni dello stesso regista. Curiosa anche la scelta del titolo, che inizialmente avrebbe dovuto essere La bella confusione, secondo una proposta dello sceneggiatore Ennio Flaiano, scettico sin dall’inizio. Come si arriva ad ? Che vorrà mai dire? Questa pellicola viene dopo sei film interamente diretti da Fellini (Lo sceicco bianco, I vitelloni, La strada, Il bidone, Le notti di Cabiria e La dolce vita) più tre “mezzi” film suoi, ossia Luci del varietà, girato assieme ad Alberto Lattuada, l’episodio Agenzia Matrimoniale ne L’amore in città e l’episodio Le tentazioni del dottor Antonio in Boccaccio ’70.  Altrettanto interessante è la genesi del film: un giorno Fellini, in preda a mille dubbi, è colto da un’amnesia, non ricorda quanto aveva in mente di girare. Così stanco e disilluso, è pronto a comunicarlo al produttore Angelo Rizzoli, quando un capo macchina di Cinecittà lo chiama per festeggiare il compleanno di un collaboratore. Complice una fetta di torta, un bicchiere di spumante, Fellini «partorisce l’idea delle idee»: il film parlerà di un regista che voleva fare un film, ma non si ricorda più quale. Vero o no che sia l’aneddoto, è l’ennesima prova dell’estro creativo di Federico Fellini. Come scriverà questi nel libro Fare un film:

«L’ho girato senza vedere mai nulla di quello che facevo, perché era in atto uno sciopero di quattro mesi di tutti gli stabilimenti di sviluppo e stampa. Rizzoli voleva fermare il film, Fracassi, il direttore di produzione, si rifiutava di proseguire la lavorazione. Ho dovuto impormi, gridare, per obbligare tutti a continuare ugualmente».

E il pubblico e la critica gli daranno ragione: 8½ si aggiudica nel 1964 due Premi Oscar, uno come Miglior film straniero, il secondo per i costumi, sette Nastri d’Argento, la Grolla d’Oro e altri importanti riconoscimenti. Nessun film italiano era mai riuscito a fare meglio. E non vi sembra oggi, 31 ottobre, anniversario della scomparsa di Federico Fellini, una buona occasione per vederlo o rivederlo? Come ha dichiarato Giuseppe Tornatore in una recente intervista, ora inclusa tra i contenuti speciali del dvd del film: « è una scoperta continua, una rivelazione… ».

CURIOSITÀ: Per il ruolo del protagonista in un primo momento si era pensato a Laurence Olivier o a Charlie Chaplin, in seguito si optò per Marcello Mastroianni, grande amico del regista, che subito accettò. Tra i personaggi femminili troviamo Anouk Aimée, nei panni della moglie di Guido, che già aveva lavorato con il regista riminese sul set de La dolce vita; Claudia Cardinale – per la prima volta non doppiata – che era alle prese con Il Gattopardo di Luchino Visconti; e Sandra Milo, fortemente voluta da Fellini. Secondo i rumors dell’epoca proprio con quest’ultima nascerà una relazione sentimentale destinata a durare diciassette anni. I loro incontri clandestini – entrambi erano già sposati – avvenivano a Fregene o a casa dell’amico Ennio Flaiano. Le riprese si fecero nel Lazio, per lo più, nei dintorni di Roma. In occasione del decimo anniversario della morte di Nino Rota (compositore delle musiche del film insieme a Leo Ferrè) al teatro Teatro Verdi di Trieste è stato messo in scena un balletto per la regia di Gino Landi ispirato proprio ad 8½. 

FINALE: La scena della conferenza stampa, in realtà, doveva essere utile per il solo trailer. Fellini aveva intenzione di girare una sequenza più breve, ma d’effetto, in cui Guido e la moglie sono a bordo di un treno pronti per rientrare nella capitale. Perso nei suoi pensieri, Guido alza lo sguardo e vede tutti i personaggi del suo film sorridere. La pellicola avrebbe dovuto chiudersi con uno stacco, che prevedeva l’entrata in una galleria. Produttore e collaboratori bocciarono l’idea, ritenendola poco efficace, convincendo lo stesso regista.  Ed è andata bene anche al pubblico, a tutti noi, alla riuscita del film stesso, perché le battute conclusive sono tra le più belle e significative della storia del cinema:

«Ma che cos’è questo lampo di felicità che mi fa tremare e mi ridà forza, vita? Vi domando scusa dolcissime creature, non avevo capito, non sapevo… Com’è giusto accettarvi, amarvi e com’è semplice. […] È una festa la vita, viviamola insieme. Non so dirti altro Luisa, né a te né agli altri. Accettami così come sono se puoi, è l’unico modo per tentare di trovarci».

 

Cristina La Bella