Netflix punta su un prodotto tutto tricolore e dà vita a Suburra La Serie. Attenzione, all’interno dell’articolo sono presenti SPOILER.

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“Roma. Patrizi e plebei, politici e criminali, mignotte e preti: ‘sto posto non cambia da 2000 anni”

Se è parlato tanto in queste settimane e se ne parlerà ancora, perché Suburra non poteva di certo passare inosservata. Per chi non sapesse di cosa parliamo, la serie è ispirata all’omonimo romanzo scritto da Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, che ha visto una precedente trasposizione cinematografica datata 2015, magistralmente diretta da Stefano Sollima. Bene, ora che abbiamo fatto le dovute presentazioni, partiamo dal principio e facciamolo con una preceisazione: serie tv e film sono due cose diverse e non devono essere messe a confronto.

Detto questo, sappiate che Suburra la serie è un giro sulle montagne russe lungo 10 puntate.  La vicenda è ambientata nel 2008 e al centro della narrazione ci sono tre ragazzi: Aureliano, Spadino e Lele; diversi per origine, (com)portamenti e passioni. Ciò che invece avranno in comune e gli permetterà inaspettatamente di allearsi è l’ambizione. Sullo sfondo, come riassume un po’ la citazione iniziale, c’è un macrocosmo di personaggi che si alternano sullo schermo come fossero su una scena teatrale, tutti idealmente abbracciati da lei: la città eterna.

Era dai tempi di Romanzo Criminale che Roma non era al centro di una serie tv – sì, c’è stato The Young Pope, ma si trattava d’altro –  e direi che Suburra potrebbe divenirne una degna erede. Roma è un personaggio con una vera e propria autonomia e mille sfaccetature. C’è la Roma dei salotti, dei panorami mozzafiato. La Roma barocca e cristiana; quella infida, sporca e lussuriosa; dove il male e la corruzione si annidano dietro le apparenze, tra le stanze del Vaticano così come tra quelle del Campidoglio. C’è la Roma delle periferie; dove prostituzione, droga e degrado vanno a braccetto con l’incuria del tempo e della mala amministrazione, metaforicamente riassunta con le numerose inquadrature dell’incompiuta Vela di Calatrava, simbolo dello spreco pubblico. Quella stessa Roma che da secoli sfugge a qualsiasi controllo perché (perdonatemi l’ennesimo cross over):

“Roma nun vo padroni.. De Re ce n’ ha già avuti 7 e hanno fatto tutti na brutta fine”

Non l’aveva capito il Libanese, non l’ha capito neppure il Samurai, che pure col Libanese c’è stato davvero.  Forse questo risulta essere il punto debole della serie – non si tratta neanche dell’interpretazione di Francesco Acquaroli, che se la cava comunque bene nel ruolo che precedentemente era di Claudio Amendola – perché del Samurai spaventa l’eco del nome, ma allo stato dei fatti non è che l’ombra di se stesso. Un tempo burattinaio di tutta Roma, ora non gli rimane che tentare di non finire imprigionato dai fili di quelle che credeva sue marionette. Per i terreni di Ostia si affanna a destra e a manca con quel T Max, tenta di spaventare Sara Monaschi (Claudia Gerini), revisore dei conti in Vaticano, ex amante di Lele. Vuole pararsi il didietro anche con la politica, provando la strada semplice della corruzione di un politico insoddisfatto e frustrato come Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro). Fallisce con entrambi, che nel frattempo ci prendono gusto a sporcarsi le mani, ché il denaro e il potere saranno anche fangosi, ma rendono gonfio l’orgoglio e ciò conta. Annaspa di fronte alle famiglie del Sud, affondando nelle sabbie mobili di quella che crede essere oramai una città ai suoi piedi. Diviene quasi una macchietta, tanto da farti temere che la prossima volta che salirai su un autobus dell’Atac o andrai a prendere un caffè ti sbucherà alle spalle per chiederti i terreni di Ostia.

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Ostia che è l’altro tassello della storia, microcosmo vivo e pulsante, la cui importanza diviene il motore trainante dell’alleanza di Lele, Spadino e Aureliano. La combinazione Aureliano e Spadino, di nuovo interpretati da Alessandro Borghi e Giacomo Ferrara, si rivela vincente. Tutti in piedi ad applaudirli, perché si calano ottimamente in personaggi difficili, facendoli propri, dandogli mille sfaccettature e soprattutto, perfezionandoli, migliorandoli e rendendoli dolorosamente reali. Diversi eppure simili: entrambi in bilico tra un background famigliare ingombrante e la volontà di una propria autodeterminazione. Così come in bilico è Lele (Eduardo Valdarnini), figlio di una guardia – e in questo si lega al precedente discorso – e new entry del gruppo, che allo spettatore perviene però come un personaggio non ancora completamente sviluppato. Anche se in qualche occasione acquista maggiore importanza, subisce una svolta netta solo nel finale di stagione, cosa che non gli permette di emergere fino in fondo.

Nonostante la mia premessa iniziale è ovvio che vedendo il film si sa anche come entrambi i personaggi siano stati sviluppati nel futuro. In quest’ottica, la serie permette un’indagine interiore che potrebbe essere la chiave di lettura per capire proprio quegli eventi. Aureliano non è ancora il numero 8 e questo suo passato  rappresenta un po’ il percorso per diventarlo: una personale discesa all’ inferno, dove si porta dietro l’inadeguatezza causata dalla situazione famigliare – sospeso tra un padre che non lo considera un degno erede e una sorella, Livia (Barbara Chichiarelli), che di Ostia vuole divenire regina e non suddita – e quel continuo dividersi tra freddezza e irrazionalità.  Se non fosse per l’inesperienza, dimostrerebbe più lungimiranza del Samurai stesso. Un cattivo capace anche di provare sentimenti, così potenti e sinceri che finiscono inevitabilmente per sovrastare le sue stesse convinzioni, nel momento in cui si innamora di Isabelle, che da “mignotta negra” diviene “la donna mia”. Un uomo che, però, perderà la sua umanità.

L’ho detto all’inizio, Suburra è un giro sulle montagne russe, e chi lascia senza fiato come una discesa a 130 km/h è Spadino. Giacomo Ferrara riesce a costruire un personaggio difficile da dimenticare. Odierete e adorerete il suo Alberto Spadino Anacleti, visceralmente diviso tra la presa di coscienza della propria omosessualità e l’essere nato Sinti: “Zingaro e frocio”, due dimensioni che si escludono l’un l’altra. Anche la sua è una famiglia ingombrante, che con quello sfarzo barocco degli arredi sembra quasi soffocare lo stesso spettatore. Non c’è un padre da contrastare, ma c’è un fratello che ne fa le veci – come per Aureliano e Spadino, anche Manfredi ha di nuovo il volto di Adamo Dionisi – che nutre un’ambizione di potere così folle e profonda da non permettere a niente e nessuno di ostacolarlo, figuriamoci ad un fratello minore gay. Sì, perché non importa se Manfredi percepisca l’omosessualità del fratello perché questa dev’essere annientata a favore di un matrimonio, combinato a tavolino per un duplice scopo: lavare via una possibile vergogna e cementare un’alleanza. E allora ne viene fuori anche il bel personaggio di Angelica (Carlotta Antonelli) che si ritrova invischiata in un matrimonio bianco, ma che non per questo si dimostra una passiva spettatrice degli eventi.

Il finale della serie è aperto, lascia spazio a molti dubbi e risolve pochi quesiti. Attualmente non si ha una data certa per una seconda stagione, ma personalmente spero che ci sia e arrivi il prima possibile. Ah, per quanto riguarda le critiche che ha ricevuto da più fronti, ad esse vorrei rispondere che sì, è vero, Suburra non è perfetta, ci sono personaggi deboli e situazioni da sviluppare diversamente. In alcuni punti la narrazione scorre lenta – ma ciò non può essere cambiato, perché l’indugiare nei dettagli è l’essenza stessa delle serie tv – e alcuni dialoghi andrebbero migliorati. Insomma, può piacere o non piacere, ma ciò che è certo è che è un eccellente prodotto italiano e come tale andrebbe apprezzato a prescindere, senza voler necessariamente essere sempre critici e esterofili.

Martina Mattone