Ci sono tanti tipi di memoria, quella privata e quella digitale, quella storica e quella personale, in mezzo scorrono avvenimenti e anni in un susseguirsi di situazioni che creano date significative per ognuno di noi.
C’è poi soprattutto la memoria commemorativa, quella che viene riesumata dal passato, per proiettare luce su qualcosa che vuole essere ricordato per la sua gloria o per la sua tristezza.  Di questo tipo di memoria noi abusiamo ogni giorno, con la netta prepotenza di farci appartenenza di qualsiasi simbolo che sia ormai dietro – temporalmente parlando – la nostra esistenza.

L’ultimo caso è stato quello di Anna Frank, la cui immagine, vittima di molteplici fotomontaggi, è stata riportata ovunque con indosso maglie rappresentati diverse squadre di calcio. Se la memoria, come in quest’ultimo caso, serve a rievocare un avvenimento mondiale così crudele e criminale, per aiutare a sconfiggere la possibilità di un ripetersi di tale avvenimenti, l’usurpazione dell’immagine evocativa stessa, con la sua mancanza di rispetto, aiuta ad incrementare quell’ideologia che a nulla serve ricordare, se si continua a commettere lo stesso tipo di razzismo. Sul caso della Frank è già stato scritto molto, forse fin troppo, in una celebrazione che avrebbe dovuto renderle onore e non indignazione, dove continuano con fattibilità ad accadere questi meccanismi di appropriazione indebita della memoria. Questa lacuna di conoscenza dilaga a tal punto da diventare trend attuale, le persone si fanno, fin troppo facilmente, portavoce di avvenimenti che neppure conoscono. Un processo aiutato da una memoria che riesce a rendere chiara una data ma non la sua importanza. In fondo, i libri di storia, se letti sommariamente, sono un accumulo di date ripetute a oltranza, da sapere, senza soffermarsi mai abbastanza a pieno sul processo storico del mondo fino ad oggi. Ci è possibile sapere, del passato, cosa è accaduto, ma di quello che si è provato, come possiamo a oggi esserne completamente coscienti? Pur con tutta la possibile comprensione è infatti impossibile capire, ad esempio, ciò che può essere stato allora un campo di concentramento, eppure, se solo il pensiero in tal senso, apre le porte ad un terrore profondo, come possiamo noi, ora, permetterci di commemorare così superficialmente un avvenimento come quello appena descritto?

Forse nonostante tutte le paure e gli attentati attuali, ci sentiamo un popolo forte, moderno, all’avanguardia, aventi dalla nostra parte tutti quei benesseri così tecnologici da farci pervenire dentro un senso di compiuto e arrivato, noi siamo il popolo sviluppato, e lo affermiamo con assoluta convinzione. L’idea di essere in realtà retrogradi, obsoleti, l’idea che tutto è già stato provato e inventato, non ci sfiora nemmeno, da oltre l’impermeabile interattivo di cui abilmente ci vestiamo. Non riusciamo dunque a comprendere che in un continuo cerchio aperto, la storia e l’umanità, pur sotto altre vesti, rimango le stesse. Ciò che ci viene realmente dato e concesso è la possibilità di non commettere i medesimi errori, con gli stessi modi, con le stesse ideologie. Eppure noi ci caschiamo. Pensiamo davvero di andare avanti solo perché dalla ruota siamo passati alla carrozza, e così via fino al processo tecnologico attuale. Però rimangono gli ebrei, rimangono gli emarginati, le razze prescelte, le etichette apprese, le masse più deboli lasciate sole a se stesse. Non impariamo mai quale sia la reale lezione, né a scuola né nella vita, né in amore né in amicizia. Veniamo vinti da quel senso di superiorità che ci da l’essere arrivati dopo il disastro, figli di un mondo nuovo, rinnovato.  Così Anna, come tante altre prima e troppe ancora dopo di lei, si fanno emblema di un’immagine di libertà, una fiaccola portata in alto, in bella vista, a rivendicare un mondo cambiato ma che sotto il suo strato è sempre lo stesso.

Dedichiamo giornate commemorative sul calendario, frasi di grandi scrittori e mazzi di fiori, giorni di festa e cioccolatini ben confezionati nella cesta, ma poi di tutto questo cosa resta?

Chiudiamo gli occhi e le imposte, ci rintaniamo dentro il nostro presente, divulghiamo immagini di persone morte piangendo – metaforicamente – per esse e pregando, giustamente, di non avere il loro stesso destino, ma non facciamo nulla di concreto affinché esso non si ripeta, a noi come ad un altro. Ricordare realmente, con quella commozione cognitiva e di causa necessaria alla memoria, fa male, ci percuote dentro, al punto di interrogarci sulle nostre responsabilità di cittadini e su quelle della gente che noi per primi eleggiamo al potere, alla guida di una paese che si vuole chiamare patria e che troppo spesso diviene espiazione di colpe commesse con apparente leggerezza, così lieve da diventare penetrante nella terra delle nostre case, nei massi delle nostre strade, nei manifesti che leggiamo come slogan di uguaglianza  e libertà. Ricordare vuol dire prima di tutto ammettere che si è sbagliato, che qualcuno, a volte troppi, sono morti per cause che per quanto si continuano a pensare assurde, ancora oggi esistono. A chi si è permesso di mettere una maglietta di calcio sulla foto di una bambina vittima dell’olocausto e morta prima ancora di poter essere donna, consiglio di prendere la propria immagine e appicciarsi sopra quella di un pigiama a righe, bianco e nero, vedersi lucidamente in quella visione e prenderne coscienza, sentire le urla e la paura, la disperazione di chi non solo non ha potuto scegliere, ma ha subito la discriminazione di nascere come se stesso.

La memoria commemorativa deve essere celebrazione di vita, di chi nonostante le epoche, le guerre, le razze, le battaglie, i soprusi, la divisione fra libertà e proprietà, non si è mai sentito in difetto di essere diverso, di essere se stesso. Oltre i pigiami a righe, le magliette di calcio e quelle firmate.

 

Marta Borroni