La spinta che ci muove verso un involucro fatto di sicurezza e potere, un’affermarsi eretto sulle certezze che, come piccole caramelle, sono squisitezze pronte a tentarci. Quell’eterna domanda irrisolta, su quanto sia effettivamente corruttibile l’animo umano, su cui ci si arrovella dentro meccanismi di prestigio e ambizione. Perché essere nessuno quando si può essere qualcuno? Qualcuno di forte e inarrestabile, la cui reputazione crea un prolungato tappeto di ammirazione, dove si possono calpestare tutte quelle minuscole bassezze – afferrabili difetti umani – in cui nemmeno uno di noi vorrebbe mai inciampare. La volontà di sotterrare l’”Io Nessuno” per costruirci sopra l’”Io Qualcuno”.

Così in questo momento storico incentrato sulle pressioni sociali, tutti spingono su questo fenomeno cercando di essere qualcuno, assicurandosi il benessere sociale. E se per essere felici bastasse essere nessuno? Diventa quasi una provocazione, ma viene da domandarsi se, una volta abbandonata la sete egoistica di affermazione, sotto lo strato della vulnerabilità, non sia necessario fare spazio alla semplicità del nostro essere, per sopravvivere nell’ambito delle proprie dinamiche interiori.

Una libertà di confronto e di raffronto che svincola dalla paranoia di non ottenere sufficienti risultati.
È famosa la frase: “Lei non sa chi sono io!” pronunciata, nell’immaginario, da qualcuno di importante.  Quell’importante ipotetico, smuove nell’altro essere umano reale, il senso profondo di inferiorità, la grettezza umana che arreca all’altro la paura, fondata, di non avere lo stesso potere e lo stesso gioco paritario di manovra nei confronti della propria vita, e ancor di più, di quella altrui. Abbiamo paura di essere manovrati e schiacciati da una volontà superiore alla nostra, per cui ci viene naturale aspirare ad essere noi quell’essere superiore. Il forte che schiaccia il debole, come dal tempo in cui è stata inventata la ruota, la solita vecchia storia. Le vite non sono messe sullo stesso piano, la rilevanza viene data all’importanza di azioni e riconoscimenti che si riescono minuziosamente a collezionare. Come su un tabellone sempre aggiornato ci sembra di dover continuamente dimostrare il punto che andremo a segnare.
Ci si vuole fare un nome, un nome che può rimane il proprio, ma pronto ad evocare fin da subito quel senso di affermazione dirompente, di essere una persona arrivata. Chiedendosi, dove? Se è vero che come essere umani siamo tutti uguali, la vita personale e professionale si dirama in declinazioni totalmente differenti. Dunque quale è il traguardo che a ognuno di noi viene chiesto di raggiungere? Veniamo etichettati attraverso interrogativi persistenti, apparentemente innocui, in cui ad ognuno di noi viene chiesto, a moto d’imposizione, di essere qualcuno d’importante valenza. Sconfiggendo quindi quella possibilità di essere nessuno. Così attraverso il chi arriva il quando.

«Quando ti laurei, ti sposi, fai figli, parti, arrivi, insomma quando ti decidi a fare tutto questo?» Sono queste le voci che ci rimbombano addosso. Se facciamo e agiamo noi diamo spessore alla nostra esistenza.
Così ci viene detto. Chiedendosi, dobbiamo farlo per forza? Così attraversando il quando arriva il quanto.
«Quanto lavori, guadagni, ami, vinci, perdi, insomma quanto ottieni da tutto questo?» Sono queste le domande che ci camminano accanto. La quantità di queste azioni apre la voragine al tempo, l’attitudine non solo al fare molto, ma farlo in fretta, il successo che deve arrivare presto, con la pelle fresca e il sorriso da prima copertina. La pressione di affermazione diviene autoidentificazione di fama.

L’esplosione accade quando, anche ammesso di farcela, i traguardi da raggiungere si sbilanciano, scontrandosi con quelli degli altri, e umiliandosi con un raffronto impossibile e squilibrato. La fama torna a farsi sentire e il senso di inferiorità diventa un divario alto nella visione di noi traslata in quella di qualcuno e in quella di nessuno. Chiedendosi, come? Come accade che laurea, figli, amore, soldi, successi ancora non bastino? Sono queste le paure che ci entrano dentro. Succede quando la funzione di ciò che abbiamo viene fatta per stabilire ciò che siamo. Ci viene inculcato di essere qualcosa di preconfezionato per vedere il traguardo realizzato, ma quando lo viviamo, la nostra essenza non ha mezzi abbastanza potenti o subdoli per accettare il compromesso del successo. Dovremmo essere sereni di quel nessuno che possiamo essere nel mezzo della nostra lunga esistenza, con le umane ambizioni di volercela fare, non per il lustro del nome ma per quel motore dinamico che è la passione, risiedente in ogni sogno e progetto che un essere umano può realizzare. Sbarazzarsi degli stereotipi di qualcuno per poter vivere senza le pretese di nessuno, esattamente lì, dove accadono i successi di ognuno di noi, liberi, personali e comunque sempre importanti.

Per Pirandello era Uno, Nessuno, Centomila e per noi potrebbe essere Qualcuno, Nessuno, Ognuno.

Marta Borroni