TITOLO: Non volevo morire vergine

AUTORE: Barbara Garlaschelli

EDIZIONI: Piemme

ANNO: 2017

PAGINE: 164

Prefazione di Daria Bignardi

 

AUTORE: Laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, Barbara Garlaschelli ha esordito nella scrittura nel 1993 con l’antologia in floppy disk Storie di bambini, donne e assassini. Del 1995 è O ridere o morire, edito da Marcos y Marcos. Scrittrice versatile, si è cimentata in vari generi: dal noir alla letteratura per ragazzi. Costretta fin dall’età di 15 anni su una sedia a rotelle a causa della rottura di una vertebra per un tuffo in acque troppo basse, ha descritto il suo percorso di vita nei dieci mesi successivi, in Sirena, mezzo pesante in movimento (Moby Dick, Faenza 2001). Tra le altre opere ricordiamo Non ti voglio vicino (Frassinelli, 2010), un romanzo psicologico, che tratta di abusi sui minori e le devastanti conseguenze (finalista al premio Strega 2010. Il suo bellissimo blog è  sdiario http://www.sdiario.com/ , mentre sui social potete seguirla agli indirizzi https://it-it.facebook.com/Barbara-Garlaschelli-1414647605521698 (Facebook) e @bagar1965 (Twitter)

SINOSSI:

“A Milano, in una giornata dell’ottobre del 1982, guardo fuori da una delle tante finestre della classe e vedo ragazzi e ragazze che passeggiano nel prato della scuola. Una volta ero come loro. Camminavo, correvo, saltavo. Ora tutto è cambiato. Io sono ferma mentre loro continuano a correre, ignari del tesoro che possiedono: un corpo che risponde alla propria volontà. E io non voglio morire vergine. Non sarà facilissimo.”

La vita di Barbara è cambiata all’improvviso a poco più di quindici anni, quando per un tuffo in acqua troppo bassa è rimasta tetraplegica. Armata di coraggio, ironia e molta curiosità, affronterà le rivoluzioni imposte dalla nuova condizione, fino a ritrovare se stessa in un corpo nuovo. In una girandola di situazioni tragicomiche e di ragazzi e uomini impacciati, generosi, teneri, crudeli, compirà la sua iniziazione al sesso e all’amore con gli stessi slanci e le delusioni che tutte le donne conoscono molto bene.

RECENSIONE: Non volevo morire vergine riprende la storia di Sirena, mezzo pesante in movimento, dove è narrato il lungo percorso riabilitativo successivo  all’incidente.  Anche se fisicamente è costretta all’immobilità, testa e anima  inseguono tutto quello che la vita offre, pur se in modalità diversa. Non nasconde quanto per i disabili come lei determinate esperienze siano difficili ma non impossibili. Condizione fondamentale è aver accanto persone che per prime non pongono limiti. Il libro non è del genere strappalacrime, anche se: Nessuno può sapere il dolore che provo, e non perché non tentino di capire ma perché è impossibile immaginarlo. Nemmeno io immaginavo  esistesse un dolore così. Del corpo e della mente. Un dolore che si impasta alla paura di qualcosa che non comprendo.

In un intervista la scrittrice milanese afferma che dopo aver ricostruito la mappa mentale del suo  corpo “nuovo”, decise di non precludersi tutte le esperienze di vita possibili  data la sua condizione. Dunque Barbara con la consapevolezza  di poter essere “una donna che piace” al di là di una sedia a rotelle,  parte alla scoperta dell’universo maschile.  Non è difficile capire che dietro al desiderio di non morire vergine (  questo pensiero fisso sicuramente strapperà qualche sorrisino),  rivendica quello avere una vita “normodotata” come la mente  non  confinata nel nostro universo fisico.

Se non ci fossero i suoi commenti e riflessioni, ci dimenticheremmo che l’autrice è tetraplegica; perché la  dimensione emotiva non è diversa dalla nostra. Anche  lei dunque incontrerà il ragazzo sbagliato, a cui non sa rinunciare, avrà le sue prime esperienze puramente fisiche:“Ci sono stati uomini con cui siamo riusciti ad essere felici per qualche ora, qualche mese, mai di più”.  Fino ad arrivare all’incontro con il marito: “Io e Giampaolo riprendiamo a parlare senza staccare gli occhi uno dall’altra… Quando ci baciamo è la cosa più naturale del mondo. Non solo, l’unica possibile… È lui l’uomo che ho aspettato, senza saperlo, per tutti questi anni.” Dell’amore vero non sapremo i particolari sessuali, sa viverlo, ma non vuole scriverne. Non volevo morire vergine nasce dalla consapevolezza che ovunque, ma in particolare in Italia, ci si sofferma molto di più cosa manca rispetto a quello che resta: come se i disabili  per la loro condizione fossero privi desideri e sentimenti.  Così se  in molte nazioni viene riconosciuta la figura del love giver ( in pratica un assistente sessuale per i portatori di handicap che aiuta a scoprire il proprio corpo gestendo  le naturali pulsioni sessuali), nel nostro paese è ancora un tabù. Nel libro questa donna coraggiosa  ci mostra come affrontare nel migliore dei modi possibili ciò che non puoi cambiare, l’imprevisto che ti fa sbandare. Sul suo blog scrive:

“… La meta continua a essere quella della partenza. La meta è una vita densa. La meta è costruzione. Navigare a vista è un’arte che si impara anche andando fuori rotta. Anzi, spesso restandoci per molto tempo. L’essenziale è non arenarsi su una spiaggia o schiantarsi contro uno scoglio. Anzi, l’essenziale è non affondare.”

Bisogna lavorare sulle infinite possibilità che una macchina complessa, come l’uomo, anche quando non è perfetta o si guasta, nasconde; e circondarsi di coloro che riescono a scoprire tali capacità valorizzandole (come i genitori di Barbara). “Ciò  che ho imparato in tutti questi anni è che le cose accadano perché le lasciamo accadere,  la nostra forza è enorme, disabili o no.”, scrive l’autrice. Buona lettura!

 

Arianna Puri