La forma della voce è un film d’animazione in uscita il 26 ottobre nelle sale, prodotto da Kyoto Animation e diretto da Naoko Yamada, quota rosa nel panorama registico giapponese. La pellicola aderisce alla tradizione nipponica cinematografica, utilizzando un anime come quelli che hanno dato vita alle creature fantastiche di Hayao Miyazaki e Isao Takahata, proponendo attraverso i suoi personaggi la stessa profonda attenzione verso l’emotività dei personaggi sempre espressa con leggiadra delicatezza. Yamada tuttavia sceglie però un filone tematico che si distingue dall’affiliazione per il fantasy tipico dello Studio Ghibli, preferendo una trama più realistica.

Il filo narrativo si avvolge attorno alle vicende di Hoya Ishida, un giovane liceale giunto alle soglie dell’età adulta che si trova a doversi riconciliare con le proprie azioni e la propria identità. La pellicola è l’adattamento anime del manga A Silent Voice di Yoshitoki Ōima, che lo scrisse all’età di 18 anni racchiudendolo in ben sette volumi. Il manoscritto fu premiato nel 2008 come miglior manga esordiente e vendette oltre 700.000 copie solamente in Giappone. I numeri hanno perseguito il successo letterario seguendo un’escalation: presentato in Cina, l’anime ha raccolto quasi 5 milioni di dollari, un ottimo risultato ma comunque modesto se paragonato ai ben 20 milioni registrati in Giappone. Il titolo del manga rimanda ad un secondo personaggio, Shoko Nishimiya, una ragazzina sordomuta compagna di classe di Shoya durante le scuole elementari. Proprio l’incontro tra i due darà modo all’autore di sviluppare il nucleo della storia: l’entrata di Shoko nella quotidianità di Shoya dà modo al giovane di manifestare sulla compagna una particolare forma di violenza, rendendola vittima dei propri comportamenti da bullo. A causa di questo trascorso cinque anni dopo la scena viene catapultata su un ponte, dal quale proprio Shoya, tentennante, sta per gettarsi. Le prime scene del film lo rappresentano qui, in preda a profondi tormenti interiori, dove si accavallano pensieri contrastanti, sensi di colpa e vicende personali passate.

Il vociare di un gruppo di adolescenti distoglie l’attenzione di Shoya dal suo paesaggio mentale, riportandolo alla sua infanzia. Qui anche lo spettatore riesce man mano a capire cosa abbia portato il giovane alla presa di una decisione così dura e irreversibile, illustrando prima la dimensione familiare degli Ishida e successivamente come questa abbia influenzato la condotta di un ragazzino scapestrato e aggressivo. Attraverso questo panorama la regista permette di inquadrare una figura adulta come quella dello Shoya all’incipit del film, che si è visto completamente sprovvisto di un’educazione sentimentale durante l’infanzia. Durante la narrazione infatti l’intreccio si sofferma anche sulle dinamiche familiari del protagonista, rivelando una situazione particolarmente complessa e opprimente. L’atteggiamento aggressivo di Shoya è ben visibile sia nel rapporto con i coetanei compagni di giochi, sia in quello con Shoko.

Il connubio tra la volontà di avvicinamento e la mancata conoscenza di quali mezzi effettivi potrebbero aiutarlo nel suo intento, crea un forte scompenso tra i desideri di Shoya e la realtà in cui si trova bloccato. Da questa inconciliabilità mette dunque radici una crescente frustrazione che alimenta i comportamenti di scherno verso Shoko, che paradossalmente condivide un vissuto interiore molto simile a Shoya: entrambi infatti vedono negati a se stessi la possibilità di manifestare ed esternare attraverso una corretta canalizzazione la loro emotività. Seppur a livelli differenti, i due ragazzi protagonisti guardandosi possono riconoscere l’uno nell’altro, creando da parte di Shoko un primo tentativo di avvicinamento a Shoya, mentre in quest’ultimo un rifiuto aggressivo della compagna, che palesa in modo esplicito attraverso la disabilità i suoi stessi limiti. Chiaramente l’intenzione di Yamada non è quella di assolvere le azioni di Shoya, bensì quella di mostrare allo spettatore che un atteggiamento quale il bullismo possa essere una possibile declinazione del riversamento di una forte negatività assorbita in contesti privati e familiari, pur mantenendo la connotazione scorretta della condotta del personaggio. Proprio dalla difficoltà nel prendere una posizione netta nei confronti del protagonista si evince la mano sensibile della sceneggiatrice Reiko Yoshida (e già precedentemente de La ricompensa del gatto, 2002 e autrice del manga Tokyo Mew Mew), in grado di elaborare un tema complesso e restituirlo con tutti i suoi connotati amletici allo spettatore.

 

Beatrice Bravi