“Questa è la ragazza che è stata vittima di un mostro. Questa è chi avete coperto di vergogna con il vostro silenzio”

Quella di Rose McGowan è solamente una delle oltre quaranta dichiarazioni che stanno circolando sul web in merito alla questione Harvey Weinstein alle quali si accodano quelle di  Asia Argento, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Cara Delevingne, Léa Seydoux e Ashley Judd.

Ad abbattere il muro della vergogna e puntare il dito verso il produttore fu proprio Ashley Judd, rivelando proposte di natura sessuale che le vennero mosse quando il suo nome era ancora quello di una ragazza comune che poteva perciò sentire il peso delle richieste da parte di un’autorità (alle quali però non acconsentì). Dopo di lei diverse attrici e collaboratrici di Weinstein, da sempre punta di diamante delle produzioni hollywoodiane (ricordiamo Shakespeare in love, Pulp Fiction, Grindhouse, Il lato positivo) con ben due Premi Oscar alle spalle, si sono sentite in dovere di denunciare il maleodorante sottosuolo della sua vita professionale.

Dopo le prime dichiarazioni e lo scandalo che pareva di una portata che mai si era vista nel mondo cinematografico tuttavia gli ultimi avvenimenti lasciano dietro di sé delusione e rabbia.

“Ogni voce coraggiosa che si leva, che si fa sentire e che viene citata dalle sentinelle dei nostri media servirà in ultima analisi a cambiare le cose”. Meryl Streep

Questa e altre dichiarazioni che incoraggiano le vittime di abusi a dare voce alle proprie vicende, per quanto siano lodevoli e svolgano certamente una funzione di empatia e sostegno nei confronti delle donne coinvolte in prima persona, perdono purtroppo la loro forza dopo la notizia che il produttore trascorrerà i prossimi mesi in una clinica psichiatrica per curare e correggere tardivamente la sua dipendenza dal sesso.

Nuovamente il labile confine tra patologia e sanità viene prontamente sfruttato da chi sa come non smettere di guardarsi allo specchio, semplicemente allontanando da sé la responsabilità dei propri atti.

Rifugiarsi in una clinica per “dominare i propri demoni” (sic.) credo sia un percorso auspicabile per ogni persona sulla faccia della Terra. Giocare la carta della sofferenza interiore che si riflette esteriormente proiettata su altri credo sia invece l’ennesima modalità per sbattere in faccia al mondo come un uomo possa commettere atti osceni per poi, al solo costo di un’esclusione agli Academy Awards, rimanere impunito. Perchè è a questo che stiamo assistendo dopo le dichiarazioni delle ultime settimane. Questa è la giustizia che è possibile richiedere e ottenere dopo che decine di donne hanno alzato la voce all’unisono per denunciare un mostro? Ciò che sta accadendo è un processo di normalizzazione dell’intera vicenda che coinvolge Weinstein: che sia una donna o che siano una quarantina pare sia un dettaglio collaterale, notizia è stata fatta e purtroppo chi ha deciso di rendere pubblici i propri inferni personali non sta contribuendo a schiacciare Weinstein sotto il peso delle sue colpe, bensì vedrà solamente il proprio nome aggiunto ad una lista di vittime.

Dopo la prima e coraggiosa denuncia la notizia è caduta come un grave sollevando un’orda di polvere nel mondo di Hollywood, ma ciò che è rimasto, solamente dopo poco più di una settimana, è un vociare di sottofondo di curiosità morbosa che i media stanno sfruttando promettendo nuove dichiarazioni e nuovi provvedimenti che in realtà nessuno si sta curando di prendere.

Ciò di cui si sta preoccupando il mondo è se revocare cariche ufficiali o ritirare premi ed onoreficenze al produttore americano, contribuendo a farcire di grandi nomi le testate giornalistiche e facendo cadere in sordina la richiesta di giustizia penale da parte delle vittime coinvolte nella vicenda. Ad oggi le somme che possiamo tirare per quanto riguarda le scotto da pagare presentato a Weinstein in seguito agli abusi commessi sono: un possibile divorzio, l’espulsione dagli Oscar, un comodo ricovero in clinica e qualche domanda scomoda alla quale però è possibile rispondere con il silenzio o con dichiarazioni di scuse generiche.

Le accuse hanno per ora portato alla formalizzazione di una potenziale condanna pari a 25 anni di carcere solamente per la violenza ai danni dell’aspirante attrice Lucia Evans, rischio che, tuttavia, è già stato sgonfiato in tutta tranquillità in quanto nessuno crede che il giudice Cyrus Vance jr. deciderà di portare il caso in tribunale per la difficoltà di dimostrare il crimine.

Se tutto ciò troverà riscontri nel più prossimo futuro allora il carnefice si trasformerà in vittima agli occhi del mondo, ribaltando completamente il giudizio morale di giusto e sbagliato perchè se un’ingiustizia non viene punita perde il suo stesso connotato iniquo.

 

Beatrice Bravi