«Dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l’idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell’esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva.»

Così Dino Buzzati – di cui ricorre oggi l’anniversario dalla nascita – racconta in un’intervista lo spunto per Il deserto dei tartari, il romanzo pubblicato nel 1940, che lo rese celebre in tutto il mondo. Ambientato in un paese immaginario, il libro narra la storia di Giovanni Drogo, un giovane che, divenuto ufficiale, viene mandato di prima nomina alla Fortezza Bastiani, che si erge tetra e desolata al margine abbandonato di una vasta pianura – una volta luogo strategico, nonché teatro di gloriose battaglie – chiamata «deserto dei Tartari». Il ragazzo parte con la speranza di restarci pochi mesi, giusto il tempo di ottenere la tanto agognata fama, in realtà vi rimarrà una vita intera, in attesa di un combattimento che pare non avvenire mai.  Perché se manca l’occasione, il talento è una cosa insulsa come tante altre. Protagonista è dunque, il tempo, che soffia, scorre come un fiume, passa «senza curarsi degli uomini (…) su e giù per il mondo mortificando le cose belle; e nessuno riusciva a sfuggirgli, nemmeno i bambini appena nati, ancora sprovvisti di nome». Dietro Giovanni Drogo si nasconde, infatti, lo stesso autore, che assiste impotente alla monotonia e ripetitività dell’impiego a “Il Corriere della Sera”; lavoro che comincia a svolgere a partire dal 10 luglio 1928 e che lo terrà impegnato per il resto della vita. Tra le mura di via Solferino, sede dello storico giornale di Milano, questi cresce, matura, diventa il brillante giornalista di cronaca nera che tutti conosciamo. Le tante lettere sue indirizzate all’amico, Arturo Brambilla, dove si leggono i dubbi, timori e incertezze per il futuro, non si discostano da alcuni intensi passi de Il deserto dei tartari:

«Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare».

Del resto è la giovinezza «l’ora delle speranze», l’età delle chimere, delle «eroiche storie» che non si verificano mai, ma che pure «servono ad incoraggiare l’esistenza». Perché Giovanni Drogo questo sogna: un re che alla fine di una dura battaglia gli dica bravo, come pure Dino Buzzati desidera una mano sulla spalla, la grande «occasione che l’avrebbe reso contento per tutta la vita». L’abitudine, tuttavia, «la morte, che ti «sta sulle spalle e ti risale millimetro per millimetro» e «la presenza di Dio, così ingombrante per chi non la desidera» – come si legge nei Sessanta racconti – sono le vere sentinelle di questo romanzo, volutamente a tratti lento, onirico, che è massima esemplificazione di quella «sorpresa a rovescio» tipica delle opere buzzatiane. Grandi fatti, diciamo, non succedono, eppure il vago presentimento, che anima il giovane ufficiale, non fa altro che conferire alla storia un tono apocalittico, perché sin dall’incipit appare chiaro che quello di Drogo è «un viaggio senza ritorno». Al protagonista non mancherà l’occasione di lasciare l’enigmatica fortezza, ma non vi riesce, conquistato da una forza misteriosa, come se la vita avesse in riserbo per lui «una speciale indulgenza». Questo vuol dire altresì aspettare, sacrificare pure la fanciullezza, nell’attesa di un disegno ben più grande. Nei tanti giorni, divenuti mesi e poi anni, che il giovane consuma in quel rudere, assiste impotente a diversi eventi: la dipartita di alcuni amici, quella assurda di Lazzari, freddato perché aveva dimenticato la parola d’ordine per rientrare nella fortezza, o quella più eroica del caro Angustina; il trasferimento di vecchi colleghi e l’arrivo di nuovi e ancora tanti segnali, che paiono annunciare l’imminente invasione dell’agognato nemico.

«Lui era rimasto fermo ad aspettare. […] Ma possono succedere molte cose: c’è un tempo perché si formino nuove famiglie, nascano bambini e incomincino anche a parlare, perché una grande casa sorga dove prima c’era soltanto un prato, perché una bella donna invecchi e nessuno più la desideri …».

Un libro, che scivola via come un sogno, in cui è difficile liberarsi dalla «vaga sensazione» che prima o poi «ci si dovrà svegliare»; un romanzo che sa interrogarsi sul senso ultimo dell’esistenza, sul tempo che corre svelto senza arrestarsi mai, senza concedere «neppure un’occhiata indietro» o un attimo per dire: “Ehi, tu, fermati!”; un capolavoro che vuole indagare le inquietudini dell’uomo: la sua spietata solitudine, accompagnata dall’incessante brama di affermazione che fa volare alto come una mongolfiera, ma che parimenti sa spingerlo a terra come una zavorra. Nè mancano riflessioni sull’amore, l’amicizia, il coraggio di realizzare sé stessi. E la rappresentazione della fortezza Bastiani, punto di arrivo e di partenza, metafora della vita stessa, che sfuma come una boccata di sigaretta, ma che rimanda anche alla madre, al suo ventre, all’utero, entro cui si sta al sicuro dai pericoli, è tra le allegorie più belle della letteratura del ‘900. Nascita e morte, sogno e realtà, abitudine e svolta sono le eterne rivali su cui fa leva lo scrittore di San Pellegrino. Perché Dino Buzzati sa dove pungere il lettore, così a fine lettura si avvertirà il bisogno di chiedersi se il tempo sia nemico dell’uomo, o l’uomo nemico del tempo. Che altro dire? Bellissimo, Il deserto dei tartari è un classico da leggere almeno una volta nella vita.

«E se Drogo avesse veramente sbagliato? Se lui fosse un uomo comune,  a cui per diritto non tocca che un mediocre destino?».

Titolo: Il deserto dei Tartari

Autore: Dino Buzzati

Casa Editrice: Mondadori

Pagine: 234. 

Anno: 1940. 

 

Cristina La Bella