• Titolo del libro: I piani inferiori della luna
  • Autore: Michele Manna
  • Editore: Ensemble
  • Numero di pagine: 114
  • Anno di pubblicazione: 2017

 

Sinossi: Il libro di Michele Manna ci presenta una raccolta di racconti in cui personaggi, luoghi, parole sono affreschi di quadri senza tempo.

Recensione: “Questo libro è dedicato a quelli che si fermano” . Comincia così I piani inferiori della luna, esordio letterario di Michele Manna.  Non fatevi ingannare dalla sinossi stringatissima, che a mio avviso rappresenta un po’ un tranello, per far sì che solo coloro che davvero “si fermano” decidano di iniziare a leggere questo libro. Sì, perché per comprendere questa raccolta di racconti bisogna fermarsi e scorrere tra le righe, indugiare su ogni parola, su ogni immagine letteraria che Michele Manna crea. Di sicuro, sin dalle prime pagine si capisce che non ci si trova davanti ad un libro che si può archiviare facilmente.

I racconti sono tutti più o meno brevi e con protagonisti senza nome. Quest’ultimo aspetto fa sì che il lettore possa scegliere se immedesimarsi o meno, sia che esse siano inventate, abbiano al loro interno riferimenti mitologici o narrino esperienze autobiografiche.  Gli argomenti scelti sono ampi e diversi tra loro, ma legati da un unico fil rouge: la quotidianità.

Più volte ho avuto l’impressione di trovarmi davanti ad un cortometraggio, in cui le immagini si susseguono velocemente e per breve tempo. Oppure, a voler utilizzare una similitudine quotidiana, a scene che potremmo vedere da un finestrino di un treno. Vi è mai capitato di guardare le persone attraverso un finestrino e riflettere su cosa stiano facendo, su come sia la loro vita, se abbiano o meno qualcuno che li attende a casa, se hanno avuto una buona giornata oppure no? Ecco, se avete mai provato queste sensazioni, questo libro potrebbe farvi lo stesso effetto.

Ed è a questo punto che allora si capisce quella dedica iniziale, quel “fermarsi”, che serve appunto per gustarsi dei raccontini apparentemente veloci, che però implicano una riflessione sul tempo, sugli affetti, sulle persone e sulle situazioni. Hanno bisogno di essere compresi per poter essere apprezzati in pieno. Sembrano, insomma, un po’ delle poesie lunghe. Lo dimostra anche lo stile narrativo dell’autore, che adotta frasi brevi che rendono il ritmo della lettura estremamente musicale. Nonostante non sia una novità del genere, ho apprezzato che ogni racconto sia introdotto da un aforisma o una citazione che allegoricamente, riassumono un po’ il senso delle singole vicende narrate.

La rappresentazione nuda delle scelte è il confine all’interno del quale si tirano le reti della nostra stessa esistenza. Fortunato più di ogni altro sarebbe chi potesse procedere avanti tornando indietro.

Nella sinossi ci viene suggerito un certo accostamento a Landolfi e, in effetti, è possibile ritrovare l’autore italiano nella frammentarietà della trama. Le atmosfere landolfiane sono riprese negli episodi di vita che quasi si confondono tra loro, si sfumano – a livello narrativo e temporale – e terminano senza farlo davvero, lasciando al lettore il dubbio su quale sia davvero la fine.

Se dal punto di vista narrativo la familiarità con Landolfi gli giova, non posso dire altrettanto per ciò che riguarda il registro linguistico. Ho notato, infatti, che molti autori contemporanei lavorano con un registro linguistico forzatamente classico, quasi come se renderlo desueto significasse automaticamente elevarlo di valore. Per quanto mi riguarda  – e ciò è di certo un parere soggettivo – se potessi consigliare qualcosa all’autore, senza dubbio gli direi di rivedere questa cosa. Non che uno stile classico non debba essere apprezzabile, ma credo che non debba essere necessaria l’equazione: classico = di valore.

Martina Mattone