«Roma è una madre che ha troppi figli, e quindi non può dedicarsi a te, non ti chiede nulla, non si aspetta niente. Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai».

Così Federico Fellini spiegava in Fare un film la relazione che intercorreva tra lui e Roma, la città per la quale aveva lasciato col nodo alla gola la sonnolenta provincia e gli amici di sempre. Perché Roma era la meta da raggiungere, la tappa obbligata per chi voleva realizzare se stesso e i propri sogni, la calamita che attirava artisti carichi di speranze e talento da ogni parte del mondo, come era stata Parigi, fucina delle avanguardie, nell’immediato primo dopoguerra. Di questa Roma, sognante e trasognata, misera e splendida, materna e sgualdrina, che come una fenice si risollevò dalle ceneri del secondo conflitto mondiale per tornare più bella di prima, e dei suoi «tanti figli» naturali e adottivi (Ennio Flaiano, Carlo Emilio Gadda, Anna Maria Ortese, Tommaso Landolfi, Curzio Malaparte, Luigi Malerba, Giorgio Manganelli, Elsa Morante e Alberto Moravia) parla “Roma punto e a capo, la città eterna attraverso gli occhi di grandi narratori”, il libro, appena pubblicato dalla casa editrice Ponte Sisto, curato da Silvana Cirillo, docente di letteratura italiana contemporanea presso l’Università La Sapienza, e introdotto da Alessandro Zuccari, professore di arte moderna del medesimo ateneo, che raccoglie i saggi di numerosi studiosi e critici (Marmo, Pomilio, Patrizi, Cirillo, Massari, Muzzioli, Cortellessa, Sgavicchia, Fratocchi, Carlino, Minuz, Del Castillo), i quali prendendo per mano il lettore lo accompagnano alla scoperta della Roma degli anni ’60. Un viaggio sorprendente che racconta i tanti volti della capitale: il centro e la periferia, lo sfarzo e la miseria, l’antico e il nuovo. Ne viene fuori il ritratto di una città camaleontica, perché – mi sia concesso il gioco di parole – c’è più di «una Roma in Roma»: la Mamma Roma delle borgate sboccata e piena di poesia raccontata da Pasolini in Ragazzi di Vita e Vita violenta, la Roma barocca e vivace del Pasticciaccio brutto di via Merulana di Gadda, la Roma marpiona e festaiola ben rappresentata nei Racconti romani di Moravia, e ancora la Roma onirica, straniata e surreale, protagonista di romanzi come Il serpente o Fantasmi romani e di storiette – tra cui Consumare il panorama inserito nel volume – di Malerba, che proprio a proposito del legame con la capitale disse: «Ogni rapporto con Roma è fatalmente fondato sull’ambiguità: la si può odiare furiosamente e continuare ad amarla in segreto, di lei si può dire tutto e tutto il bene possibile!». Ad arricchire il libro ci pensano due magnifiche raccolte di testi giornalistici mai pubblicati prima in volume, che portano la firma di Goffredo Parise e Gian Gaspare Napolitano – i quali hanno saputo documentare fenomeni di costume come ad esempio la chiusura delle case chiuse e ironizzare su un paese che più di ogni altro sa essere caricatura di se stesso – e gli incantevoli scatti di Piergiorgio Pirrone, fotografo romano di fama internazionale. La Roma di quegli anni lì è una cornucopia di emozioni e prime volte: in via Bissolati “Il California” fa assaggiare gli hamburger all’americana, a piazza Augusto Imperatore c’è invece una pizzeria “La Capricciosa”, che dà occasione di rimorchiare non poche ragazze, e poi i due ristoranti di via della Croce, l’”Otello” e il “Cesaretto”, frequentati dalla crema della cultura italiana: Luigi Malerba, Elio Pagliarani, Mino Maccari, Antonio Delfini, Curzio Malaparte e Angelo Guglielmi, la nascente Cafè Society (Rosati, Canova, Greco solo per citarne alcuni) animata dalle discussioni dell’abruzzese Flaiano, il napoletano Bernari, il greco Savinio, il bolognese Pasolini e il milanese Gadda, che – come scrive Alessandro Zuccari – trovano in Roma una communis patria; senza contare l’appartamento di Cesare Zavattini – sceneggiatore di grandi capolavori neorealisti diretti da Vittorio De Sica, quali Ladri di biciclette, Sciuscià e Umberto D – situato in Via Sant’Angela Merici, punto di ritrovo per gli intellettuali, e la casa di Maria e Goffredo Bellonci in viale Liegi, culla del celebre Premio Strega, che per la prima volta sarà vinto proprio da Ennio Flaiano con il romanzo Tempo di uccidere.

Roma nel pieno del boom torna bambina, sogna; tiene tra le mani uno spago a cui è legato un palloncino gonfio di aspettative. È una città che vuole dimenticare i bombardamenti di San Lorenzo, le umiliazioni dei tedeschi, le continue vessazioni, la povertà che spingeva le madri a prostituirsi pur di sfamare i propri figli. Erano immagini che scottavano ancora, che tenevano presenti tutti, che si volevano lavare via. E proprio una delle fontane più famose di Roma, la fontana di Trevi, spazzerà via ogni cattivo pensiero, diventando emblema nel film La dolce vita (1960), della voglia di rinascere e della smania di cambiamento. Roma diventa la città del desiderio. La pellicola di Fellini, osteggiata dai più bigotti e reazionari, segna una svolta e non solo per la storia del cinema. Quella Via Veneto, che Oriana Fallaci in un articolo pubblicato su “L’Europeo” definì «la décolleté di Roma», divenuta famosa in tutto il mondo, è una istantanea di quei luminosi anni. La luna brilla, le notti scorrono lente, la vita è bella e, se ancora non lo è per tutti, comunque promette di esserlo. Le automobili, le stelle del cinema, i flash, i paparazzi – felice neologismo di quegli anni, forse tra i più riusciti assieme a quello di «Cinecittà», la casa, dove avrebbe voluto abitare una buona fetta di italiani, come testimonia il film Bellissima di Luchino Visconti – le feste, i caffè, le chiacchierate, le scarpe nuove, i profumi travolgenti, il lusso … Inutile dirlo: solo chi ha vissuto quegli anni, saprebbe raccontare cosa è stata Via Veneto. A spiegare la genesi di Roma punto e a capo è la stessa curatrice in un articolo pubblicato recentemente su “Il Menabò dell’Associazione Etica ed Economia”, fondato da Luciano Barca:

«L’idea iniziale era minimale: dare voce alle periferie romane attraverso gli occhi e la penna di scrittori novecenteschi che ne avessero seguito o raccontato la nascita e lo sviluppo dal dopoguerra agli anni ‘60. Eravamo in pieno anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini e il collega Alessandro Zuccari e io parlavamo a ridosso di mostre, convegni, incontri pasoliniani dove le periferie erano il nodo e lo snodo di qualunque discorso. «Pasolini – osservava Zuccari con partecipazione – conobbe a fondo le diverse zone della città, ne ascoltò ogni respiro, e non smise mai di indagare in modo analitico seppure poetico quelle realtà marginali nelle quali si era imbattuto arrivando forzatamente nel 1950, da immigrato…». Passò il momento, ma il progetto Roma rimase e si trasformò: ci volle poco ad accorgersi della riduttività di quel taglio e del torto che avremmo fatto alla nostra città, relegandola alla poverissima periferia e alle sue baracche degli anni ’60. […] Roma meritava ben altro palcoscenico e chiedeva un ruolo da protagonista “tout court”: centro e periferie, vecchio e nuovo, armonico e disordinato; dopoguerra, anni ’60 e intero ’900… Roma, punto e a capo, insomma».

Federico Fellini scrisse: «Che cos’è Roma? Tutt’al più posso tentare di dire che cosa penso quando sento la parola Roma, […] penso a un faccione rossastro che assomiglia a Sordi, Fabrizi, la Magnani. Un’espressione resa pesante e pensierosa da esigenze gastrosessuali», dello stesso avviso era pure Goffredo Parise: «I romani mi hanno insegnato a vivere. Mi hanno insegnato che la vita è una cosa che si tocca, si mangia e si beve, che è una cosa materiale e politica». Roma a metà tra prosa e poesia dunque, sospesa tra sacro e profano; una città lasciva e misteriosa, una tiepida giungla dove è facile perdersi e nascondersi. A raccontare quel senso di romanità – talvolta visto dall’esterno con accezione negativa – che è viscerale amore per una città che ad ogni angolo trasuda meraviglia – basterebbe difatti camminare per i vicoli caratteristici di Trastevere, fotografare Castel Sant’Angelo, guardare i Fori Imperiali o il Colosseo per dimenticare i rumori assordanti del traffico, il chiacchiericcio e tutto quel che non va – ci pensano non solo scrittori, ma pure giornalisti, intellettuali, poeti, pittori, registi, sceneggiatori … Il volume è ricco di testimonianze, aneddoti, resoconti e dentro c’è tanta tanta passione. Come scrisse Goffredo Parise: «Ho scelto di stare a Roma perché questa città […] rappresenta meglio quello che gli stranieri chiamerebbero il fenomeno Italia, […] perché è la città italiana più libera e viva che io conosca». Roma, punto e a capo è un libro da non perdere, un’opera che è una passeggiata all’insegna dell’arte, del cinema e della letteratura, un volume dedicato alla sola città che per Gabriele D’Annunzio «ha in sé la luce di un astro»: Roma, che è capitale «complessa, armonica e asimmetrica, piena di piazze luminose e vicoli bui; materna e animalesca, mitica e infernale, assordante, opaca e fascinante», come scrive in apertura la stessa Silvana Cirillo. Un volume appassionante e appassionato.

Titolo: “Roma punto e a capo”.

Autore: Silvana Cirillo

Anno: 2017 

Casa Editrice: Ponte Sisto

Pagine: 320. 

 

Cristina La Bella

(Le foto all’interno dell’articolo sono di Piergiorgio Pirrone)