La paura di non essere abbastanza. Abbastanza alta. Magra. Formosa. Radiosa. Abbronzata o pallida. Bionda o mora. Abbastanza sensuale, ma mai volgare. Abbastanza sofisticata ma semplice. E in quei non essere mai abbastanza si potrebbe andare avanti quasi all’infinito. Questo sentono intimamente le donne, o la maggior parte di esse. Quel termine «abbastanza», che scava dentro e diventa paura, una paura così grande da divenire in ultimo «fobia».

Atelofobia, un terrore subdolo e potente che affligge le donne facendole sentire inadeguate, di non riuscire a sentirsi perfette. Al giorno d’oggi, con la pressione sociale e mediatica sempre più forte, è ormai noto come spesso molte donne non si piacciono, però sorprende sempre in modo allarmante come i dati di tale attitudine rimangano costantemente alti. Stando ad un sondaggio online indetto dal dottor Mezzana, l’82% delle intervistate non si sente bella né a suo agio nel proprio corpo e quasi il 35% cambierebbe più di un connotato fisico del proprio aspetto estetico. Questo porta ad avere, gradualmente, un’immagine di sé stesse distorta. Non si riesce a trovare qualcosa di positivo nel proprio essere, andando a rilevare problemi psicologici e una marcata non accettazione del proprio io. Questa sensazione angosciante arriva a rendere difficile anche il normale vivere quotidiano, con una pesantezza che dal fisico passa allo spirito e viceversa, in un circolo vizioso problematico e difficile da scardinare. La sindrome di questa mania d’imperfezione si mostra attraverso sintomi più o meno evidenti che hanno come denominatore comune il senso di inadeguatezza. Questa paura, apparentemente normale nella sua natura umana, se non controllata sfocia ina una depressione lieve che fa perdere la giusta percezione del proprio io, arrivando a diventare uno dei mali più diffusi nella nostra società attuale.

Le donne sono i soggetti più predisposti, poiché esse concentrano il loro malessere sul proprio aspetto fisico, accentuando in modo esponenziali i difetti e annullando completamente i pregi. lI dottor Paolo Mezzana, specialista in chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica, Responsabile Servizio di Dermatologia Oncologica USI Casa di Cura Marco Polo Roma, sottolinea:

«Molte donne si rivolgono a chirurghi plastici per correggere difetti che non esistono»

Mezzana per indagare su questo fenomeno sempre più diffuso, ha lanciato un sondaggio online sulla sua pagina Facebook, seguita da più di 1.600 utenti, per apprendere la comprensione che le donne, amiche della pagina, hanno verso loro stesse. Alla domanda: “Come ti consideri?”, solamente il 18% ha risposto di vedersi bella, il restante 82% si divide nelle definizioni “normale” o “niente di che”. Tra ciò che si vorrebbe cambiare del proprio aspetto fisico gli aspetti più segnalati sono: la pancia con il 15% e il naso con il 10%.  La parte più apprezzata dalle intervistate sono gli occhi, un buon 41% non cambierebbe nulla in relazione a questi, seguiti dalle labbra con un 20%. Sempre Mezzana spiega:

«Quando una donna si rivolge a uno specialista in chirurgia plastica per sottoporsi a un intervento assolutamente non necessario, e talvolta anche sconsigliabile, deve essere lo specialista a indirizzarla verso soluzioni non invasive che le consentano di vedersi più bella e sentirsi più sicura, senza, però, ricorrere alla chirurgia. L’atelofobia – prosegue Mezzana – è una patologia seria che per alcune donne può diventare un ostacolo per la vita lavorativa e personale. Il processo ha origine a livello cerebrale ed è molto complicato porvi rimedio a livello fisiologico, ma è possibile offrire alla paziente un sostegno psicologico e suggerirle alcune soluzioni che le consentano di valorizzare i suoi pregi».

Il fulcro, come in ogni cosa, risiede all’interno. Parte da dentro quell’irrequietezza che ci vuole spingere a cambiare, partendo dalla prima cosa tangibile che abbiamo nella vita; il nostro aspetto. Ci sono però tanti punti che dovrebbero, in modo chiaro e lucido, trattenerci dall’oltrepassare quella misura che ci fa perdere il rispetto di noi stessi, con la convinzione errata che il fisico solo perché è nostro, vuol dire che possiamo maltrattarlo. Da donna non ho mai condiviso la chirurgia estetica come mezzo di stravolgimento estetico di sé stessi, e non lo dico con il gioco facile di piacermi in modo totale, anzi, probabilmente se avessi potuto scegliere come essere, non so quanto mi sarei somigliata. Però ora che sono io, anche se non ho scelto, amo quello che mi è stato donato perché è mio e sono io, riesco dunque a riconoscermi solo per quello che sono diventata e che di fondo sono sempre stata. Ad oggi non potrei mai vedermi nei lineamenti di un’altra. Questa appunto sono io, e non mi è facile esserlo. Quindi capisco la difficoltà degli altri e anche le fragilità di chi si spinge via da questa complessità, in cerca di quella bacchetta magica pronta a calmare quei demoni interiori che sempre possono gridare: “Tu non sei abbastanza!”.  Allora adesso sarebbe bello scriverlo qui, a caratteri grandi, che io mi sento bella. Non posso. Ho fatto però  un passo successivo.  Ho imparato – a dir la verità sono ancora in fase di download finale – ad accettarmi, e credo che sia forse questo l’atto d’amore più sincero che si possa arrivare a dare a se stessi.  Torno indietro o mi proietto in avanti, ai giorni in cui i segni della pelle sembrano cicatrici di vergogna (Quale poi? Non l’ho mai saputo) quando la carne sembra troppa per stare in un paio di jeans e gli abiti morbidi sembrano sacchi della spazzatura in cui nascondersi, alle ciocche di capelli rotte all’improvviso e le lunghezze perse, il naso rotto per una pallonata, la fastidiosa sensazione di essere troppa alta fra i coetanei e poi crescere e sentirsi più bassa tra gli adulti, il peso del seno quasi come perenne atto osceno sul mio corpo, insomma sempre mai abbastanza dentro i tempi, gli ambienti, i contesti. Non sono l’unica ad avere questi problemi, è un pensiero che ho cominciato a sviluppare sempre più spesso. Non si è sole a provare queste sensazioni, diviene importante non sentirsi isolate. Eppure anche questo modo di pensare diviene un raffronto, non è positivo, con le altre persone. Ho capito che c’è un solo modo di essere abbastanza, ed è quello di esserlo per sé stessi, con la consapevolezza che la vita è questa e brucia, ci si sbuccia, ci si taglia, ci si torce dentro ad essa ed è il fisico il primo a viverla nella sua rudezza, dunque forse bellezza è chi diviene consapevole di tutto ciò e nonostante questo rimane sé stesso.

Marta Borroni