Unioni civili, adozioni, equità di diritti, inizio di un colloquio tra la comunità omosessuale e la Chiesa sono tutti temi caldi che popolano i giornali e i talk show televisivi. Il mondo si sta muovendo in una direzione che porta sempre più all’apertura di canali di comunicazione, di normalizzazione e di abbattimento di ogni sorta di tabù che sono sempre stati dei forti limiti alla vita e all’integrazione di persone che non riconoscono se stesse e non si sentono rappresentate dall’individuo medio bianco, eterosessuale, borghese ed occidentale. Parlare di omosessualità, portare alla luce del sole un’inclinazione affettiva e sessuale rivolta al proprio genere significa anche raccontarla, analizzando un amore attraverso delle lenti differenti e dando la possibilità a chiunque di gridare al mondo o sussurrare solamente la propria sensibilità, il proprio sentire senza più l’impressione di portare uno stigma da nascondere e vivere segretamente, negando se stessi. Un contributo fondamentale è la contaminazione da parte di una simile questione sociale del mondo letterario e cinematografico, la scelta di porre la diversità sessuale come patrimonio artistico e umano degno di essere al centro di un progetto, di un’opera fruibile al pubblico e così divulgabile.

In questo senso 120 Battiti al minuto esplora non solamente le vite quotidiane di persone omosessuali ma tratta argomenti problematici e che da sempre sono stati uno dei motivi dell’allontanamento del gay ai margini della società, ovvero il contagio da HIV. Nathan (Arnaud Valois) vive a Parigi ed è un giovane attivista del movimento Act Up, nato per smuovere l’attenzione mediatica e politica internazionale sul problema della prevenzione dell’AIDS organizzando comizi settimanali e azioni simboliche in contesti sociali e pubblici. Il fervore all’interno del gruppo è quello tipico dei giovani animati dall’idea che valga la pena combattere per qualcosa in cui si creda, che sia possibile agire sulla società se in possesso della voce giusta e di argomenti universalmente importanti e giusti. Sean (Nahuel Pérez Biscayart) colpisce sin da subito l’attenzione di Nathan grazie alla sua vitalità con la quale si offre senza riserve alle cause dell’associazione. Diretto da Robin Campillo, il film non è confezionato per colpire bensì per calare nel reale lo spettatore, inserirlo in una dimensione che, seppur quotidiana, si distanzia dalla propria oppure consente a chi si sente chiamato in causa di riconoscersi in una lotta. Un ulteriore pregio di questo film è la scelta del regista di non urlare una presupposta verità con la superbia di chi pensa di averla in tasca e di essere quindi giustificato da questa per sedersi su una cattedra e dettarla dall’alto. Campillo apre le quinte per mostrare ciò che sta dietro ad azioni forti quali una manifestazione grazie all’esperienza vissuta in prima persona, quando fra le fila dell’Act Up c’era un giovane Robin. In questo modo è possibile assistere ai meeting dell’associazione, alle discussione e la religiosa osservanza di regole che regolamentano un dialogo costruttivo e democratico.

L’urgenza del tema si fa ancor più forte quando la telecamera riprende non solamente giovani persone impegnate nella difesa della propria incolumità bensì anche grazie alla ripresa dei loro amori, delle loro serate in discoteca al ritmo della musica house (qui il riferimento al titolo) che li fanno più vivi e veri, esprimendo la loro voglia di libertà ed espressione. 120 battiti al minuto sono il ritmo dell’amore, della danza e della paura. Cavallo di battaglia parisienne per gli oscar 2018 come Miglior Film Straniero dopo una fresca premiazione al Festival di Cannes, 120 Battiti al minuto è ora nelle sale cinematografiche italiane, distribuito da Teodora Film.

 

Beatrice Bravi