Arriva sul popolare sito web il secondo capitolo della saga tarantiniana uscita nelle sale nel 2004: pensato inizialmente come unico lungometraggio di quattro ore, Kill Bill venne spezzato in due capitoli per necessità (ovvero: per volere dei produttori) e uscì nelle sale in contemporanea, divenendo ovviamente un successo.

Gli anni duemila hanno rappresentato per il cineasta una sorta di spartiacque. Tarantino, infatti, sembra in seguito essersi mosso verso orizzonti più maturi (se è lecito utilizzare tale termine nel caso di un eterno Peter Pan come lui è) e riflessivi (se si esclude Death Proof del 2007). Kill Bill 2, pur essendo ovviamente legato al primo capitolo, se ne discosta non poco, rispecchiando per certi versi quella che sarà la produzione successiva del regista. Mentre KB 1 è soprattutto azione, sangue e trae ispirazione dal cinema asiatico (giapponese) degli anni settanta, con occhio particolare al filone dei film sulle arti marziali, il secondo volume si ispira principalmente al filone western, con riferimenti soprattutto a Sergio Leone e al sottogenere revenge europeo, dove troviamo protagoniste femminili che, dopo essere state in qualche modo abusate (da uomini), trovano il modo di vendicarsi in maniera piuttosto sanguinolenta. In ogni caso Kill Bill non è l’unico esempio nella filmografia di Tarantino in cui le donne trovano un ruolo da protagoniste e dove esse sono per giunta piuttosto forti (kick – ass, come direbbero gli americani), anzi, a dire il vero quasi tutti i film del regista californiano sono al femminile, se si escludono i primi lavori (Le Iene e Pulp Fiction). Tarantino dice di volere spesso trasporre nelle pellicole l’esempio avuto dalla madre, donna forte che lo ha allevato con le sole proprie forze (in assenza della figura paterna). Questa affezione del regista per le donne appare ovvia non solo in Kill Bill, ma anche in Jackie Brown (con Pam Grier come mattatrice), Inglorious Basterds e Death Proof, per citare alcuni esempi. Ma torniamo a Kill Bill. Si parlava della diversità del secondo capitolo rispetto al primo, e del fatto che qui si intravvedono i segni di quello che poi sarà il cinema del cineasta nelle produzioni successive. Ebbene, la pellicola è indubbiamente caratterizzata da ritmi molto più lenti e da dialoghi molto estesi (ma non necessariamente logorroici) rispetto a KB 1; questo rappresenta il preludio di quello che avverrà in Inglorious Basterds (i fan ricorderanno sicuramente i lunghi dialoghi, o meglio monologhi, del controverso e divertente Hans Landa, interpretato da Christoph Waltz) e soprattutto in The Hateful Eight, caratterizzato questo lungometraggio da scene assai lente e incentrate su dialoghi anch’essi lenti e infiniti, che ricordano il modo di fare cinema tipico del nostrano Sergio Leone, il quale utilizzava appunto primi piani viscerali accompagnati da movimenti della cinepresa piuttosto lenti.

Postmodernismo e cinema nel cinema. Come è noto, Quentin Tarantino è un appassionato del cinema di genere, in particolar modo del cinema europeo e soprattutto italiano degli anni settanta e ottanta, e questa passione il regista l’ha letteralmente incorporata nei suoi film, creando delle opere che si avvicinano non poco al pastiche: ovvero, delle pellicole in cui la trama prende vita attraverso gli svariati riferimenti e situazioni prese a prestito da altre pellicole, che vanno a formare una sorta di puzzle. Tarantino è un riciclatore di generi, musiche, personaggi, temi e motivi, tanto che accade spesso di trovare nei suoi film personaggi, musiche, ambientazioni e perfino dialoghi che ricalcano perfettamente film di altri cineasti. I riferimenti sono talmente tanti che sarebbe impossibile cercare di andare a trovarli tutti (e a dire il vero la cosa sarebbe anche inutile, oltre che estenuante). In Death Proof ad esempio, le musiche sono quelle di Pino Donaggio, compositore nostrano, utilizzate da Brian de Palma per il suo Vestito per uccidere (1980). In Inglorious basterds, il personaggio di Hugo Stiglitz prende (ruba) il nome da (appunto) Hugo Stiglitz, attore tedesco protagonista di tante pellicole europee cosiddette “di serie B” degli anni settanta. Allo stesso modo, la scena di apertura di Jackie Brown, con Pam Grier che cammina sulla passerella mobile all’aeroporto, non è altro che la scena d’apertura de Il laureato, film del 1968 che vedeva Dustin Hoffman come protagonista. Questi sono solo alcuni degli esempi del talento (plagio, per alcuni) che possiede Tarantino di riciclare, rimescolare, manipolare e portare a nuova vita del materiale certo non originale, ma indubbiamente nuovo nei linguaggi e nello stile. In realtà il regista ha un’affinità talmente sviluppata con (tutto) il cinema da potersi permettere di (ri)prendere (spunto) ispirazione da altri senza il rischio del flop. Egli conosce i suoi mezzi ed è spinto da una passione che va oltre il mero plagio. Personalmente definirei il suo modo di fare cinema, per usare una similitudine musicale, più come delle cover  ben riuscite che dei plagi. Il cineasta, quando tocca un genere, fa bene il suo lavoro, e farebbe ancor di più (o comunque in modo ancor più efficace) se il suo pallino (da megalomane) non fosse il grande pubblico. I suoi lavori infatti, pur essendo abbastanza espliciti, sono rivolti a un pubblico il più esteso possibile, per cui il regista non supera mai il limite: limite imposto non tanto dall’autocensura quanto da un’estetica quasi inconscia; questo spiega il perché i suoi lavori cadono sotto la categoria mainstream e non di nicchia. In fondo i film di Tarantino non sono il prodotto di un cineasta ma di un ammiratore, per cui il regista mette in scena tutto ciò che egli stesso ha ammirato da ragazzo. E Kill Bill non fa eccezione; ecco qui infatti il ripetersi infinito di riferimenti al cinema che è stato: dai riferimenti conosciuti (Sergio Leone, Bruce Lee) a quelli più oscuri e riconoscibili esclusivamente da un pubblico attento. Esempio tra questi ultimi è il riferimento al film svedese del 1974 Thriller: A cruel Picture, in cui una ragazza ricava in modo cruento la sua vendetta su coloro dai quali era stata abusata. Ma il riferimento in questo caso non si ferma alla trama; alla protagonista infatti manca un occhio, che è coperto da una benda nera: la stessa che copre l’occhio di Daryl Hannah in Kill Bill. In questo caso Tarantino ha semplicemente spostato il riferimento dalla protagonista verso un personaggio secondario. Per quanto riguarda le caratteristiche tecniche di Kill Bill, spicca l’alternanza delle immagini a colori con il bianco e nero, e il rifiuto categorico (aspetto che peraltro caratterizza tutte le produzioni del regista) del digitale. Tarantino preferisce spendere chilometri di pellicola in cellulosa piuttosto che optare per il (molto più economico) digitale, finanziando egli stesso gran parte delle pellicole (chiaramente i produttori non amano sperperare per delle risorse che al giorno d’oggi si possono evitare facilmente), al fine di ottenere quell’intensità che risulterebbe impossibile con l’uso appunto del digitale. Ma KB è di Tarantino, non dei produttori, e Tarantino è ricco, come egli stesso afferma in un’intervista, per cui le cose lui le fa a modo suo (basti pensare che si ostina a tenere aperto da anni un cinema retro a Los Angeles, in cui vengono proiettate pellicole vecchie e delle volte sconosciute, e in cui il numero degli spettatori molte sere è pari a zero), e visto che il cinema a cui il regista si ispira e pressoché infinito, crediamo che questo enfant prodige del cinema contemporaneo abbia ancora molto da dire.

 

Marco Orrù