C’è chi lo sogna da sempre e chi non lo desidera affatto, chi lo prende come una festa e chi come un valore, chi lo vive in modo discreto e chi invece in modo scenografico, ma da sempre il matrimonio è nelle fantasie delle persone, specie di sesso femminile. In un momento storico di grande apertura verso i matrimoni, tra persone dello stesso sesso e legislazioni più spalancate verso le coppie di fatto, resiste ancora chi non crede nel sacramento né tantomeno nell’atto civile di sposare la propria vita ad un altro, e chi quest’altro non l’ha incontrato ha deciso di fare un matrimonio single, ovviamente non ancora approvato dalla legge.
Ce n’è davvero bisogno?
Tra le rivendicazioni sessuali e quelle sulla propria, sacrosanta, libertà, a suon di slogan edulcorati, sembra che il concetto di matrimonio venga sradicato dalle proprie radici morali per essere confezionato in pacchetti standard adatti a tutti.

Sono i casi mediatici di due soggetti, un uomo e una donna- Nello Ruggero e Laura Mesi, entrambi 40enni- che hanno deciso di sposarsi con loro stessi, davanti a nessun Dio o sindaco, ma con tanto di invitati, torta, cerimonia e ovviamente abito bianco.
Il paradosso non è nemmeno il senso del ridicolo che potrebbero avere di per sé queste finte cerimonie, quanto più il controsenso verso il quale il matrimonio dovrebbe puntare, ovvero il fatto di scegliere, compiere quindi una scelta, verso un altro che per natura stessa è diverso da noi.
Se è dunque vero che amare noi stessi è la base di qualsiasi amore e che bisogna imparare a bastarsi per saper amare, come si può arrivare a sposarsi da soli, a scegliersi come singoli individui?
Non possiamo scegliere noi stessi, ci apparteniamo in modo imprescindibile, nasciamo con noi, con un carattere e un fisico che non abbiamo selezionato e che comunque possediamo da sempre e per sempre.
La magia dell’amore sta invece nella scoperta dell’altro, nasce proprio da quella scelta.
Qualcuno di estraneo, di cui non potremo mai avere consapevolezza come del nostro interno, e che eppure vogliamo, desideriamo e amiamo esattamente per quella sua diversità, per quella sua estraneità a noi che poi, nello scegliersi, vuole diventare intimità comune. Sancire questa scelta davanti all’entità che si presceglie diventa quindi legittimo e doveroso, noi di quest’altro, che ora ci è accanto, ci prendiamo il diritto e il dovere di amarlo come amiamo noi stessi continuamente.

Ha senso un matrimonio single?
Nella vita è impossibile non sceglierci. Cercare di amarci non ha bisogno di enunciare una scelta che di per sé è già nella nostra esistenza. Eppure si sogna la cerimonia, gli abiti a festa, gli invitati riuniti per ammirare noi, la musica sognante, l’idea di un amore trionfante su tutto.

Questo, infine, cosa c’entra con il matrimonio?
Il matrimonio è di fondo una lunga e costante promessa. Una presa di coscienza, una grande e immensa responsabilità lontana dal circo festoso di un giorno reso perfetto ad ogni costo.
Si pensa soprattutto a questo, al sogno. Eppure il matrimonio è, molto più di tante altre cose, una realtà.

Forse, la verità che invade questa avvenimenti, rimane attaccata a fatto che tutti vogliamo l’amore, in coppia o da soli. Si volta sempre lo sguardo per trovare quel qualcuno accanto. Molto spesso, troppo, non si è però in grado di reggere il peso di tale scoperta. Diventa più facile rivolgere l’attenzione sulla festa, sul senso di leggerezza verso un giorno che leggero non dovrebbe esserlo per niente, lieto certamente, ma non certo leggero e lieve.

Ci sono coppie che programmano il loro matrimonio perfino 2 o 3 anni prima, coppie che credono nell’amore senza contratto, singoli che non riuscendo ad essere coppia vogliono comunque il giorno ella cerimonia. Ciò che spinge a riflettere, aldilà dell’inviolabile libertà personale, è il fatto che scegliere di amare qualcuno e averne cura è una responsabilità che andrebbe sancita davanti al mondo e che andrebbe rispettata nella sua entità di momento umano, ampio e importante, che non ha a che fare con abiti bianchi e fuochi d’artificio o location mozzafiato, ma il giorno esatto in cui si decide di essere realmente in due.

Quando mi è stata fatta la proposta di matrimonio avevo 21 anni, l’amore sapevo cosa fosse solo da un anno e già convivevamo. La prima cosa che ho pensato è stata che nulla sarebbe cambiato, ci eravamo già scelti, condividendo tutto, però quel tutto sarebbe anche cambiato. La responsabilità civile delle nostre azioni avrebbe pesato sull’altro, noi da lì in poi avremmo promesso all’atro un impegno alto, se avessimo voluto fare le valige non sarebbe stato più facile come farle un giorno qualunque e poi andarsene.
Era davvero strano, tutto sarebbe rimasto uguale pur cambiando.
Ed è questo che l’amore esige, non promesse certe perché si mette la firma su un contratto o si porta la fede al dito, ma il riconoscimento concreto che il rispettivo amore si impegna a prendere nel mondo da lì ad ogni giorno a venire.
Per chi come me è credente, c’è poi il valore del Sacramento davanti a Dio. Un valore etico profondo.
Questa parentesi personale nasce dalla riflessione di visuale che ognuno di noi può avere sul matrimonio e che nonostante questo, oltre le proprie personali opinioni, nessuno di noi dovrebbe prenderlo come un festeggiamento in cui essere principe e principessa, semmai un giorno in cui essere così tanto se stessi da riuscire a sorreggere l’altro nella vita insieme.

Noi non ci siamo sposati, abbiamo fatto altri anni insieme, ma su quell’altare non ci siamo mai arrivati. Simbolo che per quanto l’amore può essere alto, il matrimonio lo può essere molto di più. Per quanto spaventi ammetterlo, speso accade questo. Legarsi a qualcuno fa una paura terribile. Il pensiero del tulle e dei confetti, del riso addosso e del bouquet fra le mani, rimane però affascinante.

Forse perché si resta sempre troppo attaccati agli stereotipi per capire che la scelta migliore è quella che non richiama mai troppo clamore, e che spinge la paura a perdere contro il cuore.
A decidere che da soli o insieme sarà comunque amore.

 

Marta Borroni