Sinossi: “Il Profeta” è sicuramente il frutto di un lungo percorso che Gibran seguì, quando dopo un’esperienza negli Stati Uniti studiava in Libano, ed ebbe perciò la possibilità di osservare pregi e difetti delle diverse culture, che si stratificarono in lui, che era libanese di nascita, ma per diversi motivi continuamente in viaggio tra Oriente ed Occidente. Testi sacri come la Bibbia e il Corano furono per lui fonte di insegnamento, ma anche di ispirazione, non solo per le opere, ma anche per la ricerca di risposte a domande che ogni persona, a prescindere da dove è nata, si pone. Con questo libro si riesce a cogliere una radice comune anche tra culture differenti e spesso antagoniste.

Recensione: Un libro che è stato pubblicato per la prima volta nel 1923, ma resta sempre un capolavoro. Scritto con un linguaggio particolare, molto metaforico e profondo, sembra risvegliare sentimenti nascosti nella coscienza collettiva, e sa tanto di saggezza antica, ma è ancora attuale, soprattutto perché rimarca l’origine comune delle diverse culture con cui Gibran venne a contatto, e quindi può far riflettere, dato il periodo conflittuale in cui ci troviamo a vivere. Almustafa, il profeta, dopo aver trascorso 12 anni nella città di Orfalese, deve ripartire per l’isola natia. Lo fa a malincuore, ma sa che il momento di andare è arrivato. E mentre la nave su cui dovrà viaggiare lo attende e ha già lo sguardo rivolto verso il futuro, non può fare a meno di ricordare con nostalgia il tempo vissuto con i cittadini di Orfalese, che considera quasi i suoi concittadini, che, nonostante vivesse appartato, ha avuto modo di conoscere e amare e lo salutano con grande dispiacere.  Ma vuole lasciare loro un dono prima di accomiatarsi, un dono prezioso e indistruttibile: parole di saggezza che non saranno mai dimenticate. Invita perciò, chi vuole farlo, ad avvicinarsi a lui e fargli una domanda o di chiedergli di parlargli di un argomento che gli sta a cuore. Sono tanti a farlo, in base al loro ruolo: dal pescatore, al muratore, al giudice, alla mamma, all’indovina. Le sue risposte a volte sembrano ambigue, o sono piuttosto sibilline, ma scavano nel profondo, e danno un nuovo senso alla loro vita.

“I vostri figli non sono figli vostri… sono i figli della Vita che ha desiderio di sé stessa. Essi vengono attraverso di voi, non da voi. Potete dare loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri. Perché essi hanno pensieri propri … […] Nel desiderio di raggiungere il gigante che è in voi risiede la vostra bontà: e quel desiderio è in ognuno di voi”.

“Ancora un poco, un momento di riposo nel vento, e un’altra donna mi partorirà”. Il libro si chiude con questa frase misteriosa, che Almustafa pronuncia prima di partire, e con l’immagine dell’indovina Almitra, che rimane sola sul molo, a riflettere su queste parole. Un libro che colpisce, da riscoprire senz’altro, in una società dove si va spesso di corsa ma spesso non si sa dove si sta andando, parole che sembrano cullare l’animo del lettore con la voce incantata dell’interiorità, insieme a quella solenne della saggezza senza tempo, quella che riporta alla luce il vero senso delle cose.

 

Cecilia Piras