L’articolo 639 del Codice Penale, “Deturpamento e Imbrattamento di cose altrui”, stabilisce espressamente (combinando il primo con il secondo comma) che “Chiunque deturpa o imbratta beni immobili o mezzi di trasporto pubblici o privati, si applica la pena della reclusione da uno a sei mesi o della multa da 300 a 1.000 euro”. Su questo precetto si sono fondate e dibattute le sentenze che dal 2014 hanno avuto come perno la storia Manu Invisible, il primo writer italiano ad aver subito un lungo processo e tre gradi di giudizio.

Imputato nel 2011, ai sensi del suddetto art. 639 del codice penale, per aver realizzato un lavoro (senza il possesso di un permesso scritto) in una parete di proprietà delle Ferrovie Dello Stato, in via Piranesi a Milano, nel 2014 viene emessa la prima sentenza di assoluzione poiché il fatto commesso era estraneo alla suddetta norma, avendo, l’opera, un significativo valore artistico. Il tribunale di Milano basó la sua decisione sulla differenza che vi è tra le azioni di deturpamento e imbrattamento e la creazione di un opera, la quale ha una funzione diametralmente opposta rispetto alle azioni prese in considerazione dal 639 c.p, poiché destinate ad aggiungere una bellezza estetica a qualcosa che ne era priva. 

L’impugnazione da parte del Pubblico Ministero arrivó in tempi brevi e venne, così, investita della causa la Corte d’Appello di Milano, la quale si pronunció anch’essa con sentenza di assoluzione, seppur dettata da motivi macroscopicamente differenti. Se il Tribunale di Milano, infatti, impernió il suo ragionamento sulla connotazione artistica del murales, quello della Corte d’Appello fu un giudizio di tipica matrice giuridica, applicando l’art 131bis del Codice Penale, escludendo la punibilità per la particolare tenuità del fatto. Si espresse, infatti, affermando che  “non si tratta di apprezzare il valore artistico o meno dell’opera e di dare ad essa un inammissibile giudizio di valore, ma soltanto di considerare che a una tale condotta è applicabile la recentissima causa di non punibilità”. Lo stesso ragionamento si ritroverà nella sentenza della Corte di Cassazione (novella nel giudicare un writer) del 2016.

Nell’anniversario della sentenza d’assoluzione, l’innominato Manu invisible e Frode (nome d’arte dell’avvocato e street artist Domenico Melillo) hanno celebrato la ricorrenza attraverso un murales che ha visto luce solo dopo una settimana di lavoro, per realizzare un gioco di prospettive complesse che potessero ritrarre gli ambienti più comuni e utilizzati dai writers all’interno del numero 639 e della frase “reato d’espressione”, al posto della reale rubrica normativa.

“Nel codice penale non esiste alcun riferimento per distinguere le iniziative artistiche da quelle che non lo sono”, spiega Domenico Melillo, il quale continua dicendo che  “Non in tutti i casi è giusto procedere d’ufficio. Non bisogna dimenticare che se un artista vuole dipingere su un muro brutto e distrutto e lo fa con l’intento di abbellirlo, spesso non sa a chi rivolgersi e viene rimandato da un ente all’altro”. 

A riguardo, però, potrebbero sorgere opinioni contrastanti, poiché se da un lato è la creazione artistica deve essere garantita e promossa dall’altro bisogna vedere cosa intende un determinato soggetto come “Arte”. Ammettendo che tutti i writers sono artisti è come se permettessimo a tutti di potersi svegliare la mattina e con una bomboletta andare a dipingere i muri che, secondo suoi personalismi apprezzamenti, sono pieni di brutture e necessitano di un abbellimento, senza contare che quest’ultimo ha anche la sua porzione non indifferente di ambiguità e soggettività.

Stefano Delfino La Ferla