L’8 maggio del 2008 ci lasciava Luigi Malerba, uno dei più grandi scrittori che il Novecento abbia mai avuto. Nato a Berceto, un paesino in provincia di Parma, Malerba, all’anagrafe Luigi Bonardi, dopo gli studi, si trasferisce a Roma, dove sogna di dedicare tutte le sue energie al cinema. La sua strada è però un’altra: la letteratura. Aderisce al Gruppo ’63, esperienza che gli lascerà in eredità una insaziabile sete di sperimentalismo, che è fil rouge di tutto il suo lavoro. Fortunato sarà l’incontro con Ennio Flaiano, che lo presenterà all’editore Valentino Bompiani, il quale non esiterà a pubblicare la sua prima raccolta, La scoperta dell’alfabeto (1963). Da allora non si è più fermato; pubblica “antiromanzi” indimenticabili quali Il serpente e Salto mortale, romanzi storici come Il Fuoco greco e Le maschere, operette per i più piccoli come Pinocchio con gli stivali, Millemosche e Le Galline pensierose, saggi importanti tra cui ricordiamo Che vergogna scrivere e La composizione del sogno, racconti di mirabile originalità quali Dopo il pescecane, Testa d’argento e Ti saluto filosofia e persino un repertorio dialettale dal titolo stupendo Le parole abbandonate. Un affabulatore come pochi, uno sceneggiatore di razza, un giornalista dalla penna lucida, uno scrittore che alla macchina da scrivere non ha mai barato. Sul filo dell’onirismo, intrisa di umorismo e sarcasmo, vicina all’assurdo, lontana dal banale, la narrativa di Malerba merita di essere celebrata. Per ricordarla abbiamo scelto di pubblicare nove – come gli anni che ricorrono dalla sua scomparsa – frasi tratte dalle opere sue più famose, accompagnate da alcune curiosità, disseminate qua e là nel libro, che è un vero capolavoro, Parole al vento, curato dalla figlia dell’autore, Giovanna Bonardi, e pubblicato postumo nel 2008.

«Il figlio dei padroni diventò amico del vecchio e dopo l’alfabeto scrissero insieme tante parole, corte e lunghe, basse e alte, magre e grasse come se le figurava Ambanelli. Il vecchio ci mise tanto entusiasmo che se le sognava la notte, parole scritte sui libri, sui muri, sul cielo, grandi e fiammeggianti come l’universo stellato. Certe parole gli piacevano più di altre e cercò di insegnarle anche alla moglie. […] Su vecchi pezzi di giornale Ambanelli andò a cercare le parole che conosceva e quando ne trovava una era contento come se avesse incontrato un amico». (La scoperta dell’alfabeto)

LA SCOPERTA DELL’ALFABETO. Uscita nel ’63, la raccolta viene accolta favorevolmente da pubblico e critica. Come svelerà qualche anno più tardi lo stesso Malerba: “Il ragazzino che insegna al vecchio contadino a fare la sua firma nel primo racconto del mio primo libro, sono io”.

«Il sentimento è una cosa e l’erotismo un’altra. Ci sono soggetti portati per l’erotismo e soggetti portati per il sentimento. È raro che un uomo e una donna siano portati per tutti e due insieme. In questi casi è il finimondo». (Il serpente)

IL SERPENTE. Pubblicato nel lontano ’66 è il primo romanzo dello scrittore, se non si considera Le lettere di Ottavia stampata a puntate su “Cinema nuovo” tra il febbraio e il novembre del ’56. È il top della narrativa malerbiana. Il racconto di un mitomane che non contentandosi della realtà in cui vive pensa bene di inventarsene una.

«Le cose le vedo come vanno cioè avanti tutte in fila una dietro l’altra e invece a un certo punto si mettono a correre, devi fare i salti mortali per non farti mettere sotto dalla ruota». (Salto mortale)

SALTO MORTALE. È il 1968 e Malerba dà alle stampe Salto mortale, un giallo sui generis, molto vicino per certi versi al romanzo Quel pasticciaccio brutto di Via Merulana dell’indimenticabile Carlo Emilio Gadda pubblicato dieci anni prima. Sulla genesi dell’opera Malerba spiegò: “Ogni mio libro nasce da un’indignazione o da un grave disagio. Salto mortale per esempio corrisponde a una estate di allergie trascorsa in una casa al centro della pianura di Pavona, vicino Roma”.

«C’è un luogo dove accadono le cose più strane, dove il tempo e lo spazio sono oggetto di una beffa continua, dove convivono il tragico, il grottesco e l’assurdo. Questo luogo è il sogno»

DIARIO DI UN SOGNATORE. «Sogni nel sogno, sogni rubati, oppure inscatolati uno dentro l’altro, sogni capricciosi come folletti. Il limbo meraviglioso delle cose non accadute». Così si legge nella quarta di copertina della prima edizione del Diario di un sognatore – quella del 1981 – pubblicata dall’editore Giulio Einaudi. Una delle opere meno note dello scrittore di Berceto, che viene pensata dall’autore come mera trascrizione di sogni. Che Malerba faccia sogni che sembrino racconti stuzzica la critica, che crede pertanto che sia l’ennesima provocazione. Scritta con rigore scientifico, la raccolta pone l’accento sul sogno, uno dei leitmotiv della narrativa dell’esponente del gruppo ’63. L’introduzione verrà ripresa e ampliata nel saggio La composizione del sogno.

«Una gallina di nome Natalia aveva deciso di scrivere un romanzo, ma non le vennero in mente né la trama, né i personaggi, né il titolo né lo stile della scrittura. Fu così che quella gallina velleitaria scrisse invece i suoi ricordi di infanzia ed ebbe molto successo fra le oche.»

LE GALLINE PENSIEROSE. 146 in tutto, le storiette de Le galline pensierose sono spassose e mettono in luce una caratteristica di Malerba: l’ironia. Come scrisse Calvino dopo averle lette: «Per Malerba osservare le galline vuol dire esplorare l’animo umano nei suoi inesauribili aspetti gallinacei» e difatti il pollaio è un microcosmo di quanto avviene quotidianamente nel mondo.

«So soltanto che finirà quando io deciderò di finirla e che si concluderà nel modo che vorrò io. In questa storia sono io che comando. Io sono un umile eunuco, ma quando scrivo ho più potere dell’imperatore vostro fratello. Io posso far morire una persona con una sola parola». 

IL FUOCO GRECO. A proposito di questo romanzo storico uscito nel ’90 Malerba raccontò in un’intervista: “Quando ho letto che alla corte di Bisanzio i cortigiani non potevano toccare l’imperatore, mi sono domandato: e se l’imperatore cade a terra? E se sta per affogare? Che cosa fanno […]? Poi ho letto nel trattato delle cerimonie di Costantino VII che l’imperatore di Bisanzio aveva il dovere di imitare Dio. E mi sono domandato: quando è a letto con l’imperatrice come si comporta? Sono domande in un certo senso di poco conto, ma proseguendo nelle letture, incuriosito da queste stranezze, sono penetrato nella mentalità dell’alta burocrazia bizantina, e qui le cose sono divenute serie. […] Tutti sognavano di mettersi al posto dell’imperatore”.

«Se uno ha combattuto un solo giorno può raccontare mille storie di guerra. Se uno ha amato anche una sola donna può raccontare mille storie d’amore. Ma chi non è vissuto con amore e con dolore non può inventare nulla se non parole vuote e aride come la cenere». (Itaca per sempre)

ITACA PER SEMPRE. Pubblicato nel ’97, il romanzo a due voci – espediente che troviamo pure in Fantasmi romani del 2006 – vuole anch’esso soddisfare una curiosità: come è possibile che Penelope non riconosce Ulisse soltanto perché invecchiato e vestito da mendicante? Originale e introspettivo Itaca per sempre non vuole correggere l’Odissea, ma è l’ennesima prova di sperimentalismo.

«Una sensazione gradevole, una goduria inaspettata come quando nuoti nell’acqua tiepida del mare».

IL CIRCOLO DI GRANADA. Il libro, geniale soprattutto per il sorprendente finale, risente certamente dell’influenza di J.Luis Borges, uno degli scrittori più amati da Malerba, tant’è forte il richiamo con il racconto dell’argentino Il giardino dei sentieri che si biforcano, contenuto nella raccolta Finzioni (1941). A detta dell’autore «Il circolo di Granada non si regge su una dimensione onirica ma su qualcosa di più azzardato, […] un racconto che si situa in una incongrua piega del tempo che ha inghiottito addirittura un secolo».

«Conosco certe persone fortunate che accostano una conchiglia all’orecchio e sentono il rumore del mare, il frangersi delle onde sugli scogli, gli stridi dei gabbiani, il fragore della tempesta se c’è la tempesta. Io nelle conchiglie non sento niente». (Ti saluto filosofia)

TI SALUTO FILOSOFIA. Una delle raccolte più belle degli ultimi anni, ennesima perla malerbiana. Ti saluto filosofia è la naturale esecuzione dell’affermazione paradossale di Dostoevskij: “la realtà non è mai verosimile”, difatti ai personaggi dello scrittore emiliano capita di tutto, proprio perché il nostro quotidiano è un posto davvero pazzo, strampalato e assurdo, una realtà popolata da «uomi» – felice neologismo di Malerba  – che tentano di «raddrizzare il mondo che è obliquo dalla nascita».

Nove citazioni non possono dir molto di un autore, ma è pur vero che possono stuzzicare la curiosità dei lettori. Non si può trovarne una preferita, quella che, però, mi ha fatto innamorare di Malerba è tratta dal primo libro scritto da lui che ho letto, Il serpente: «La mia storia d’amore incominciava così con una lunga passeggiata che era come un lungo discorso». Oggi correte sulla sua pagina ufficiale di Facebook e postate la vostra citazione del cuore. L’iniziativa promossa dalla moglie dello scrittore Anna Lapenna, è partita da un’idea del giovane ricercatore Paolo Massari. Perché è importante leggere uno come Malerba? Perché nei suoi libri, scritti anche più di cinquant’anni fa, si trovano gli stessi dubbi di oggi, le medesime domande. Se è vero quel che diceva Italo Calvino che «un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire» allora il vostro scaffale dovrebbe arricchirsi di opere di Luigi Malerba, un autore che non può mancare nella libreria di ognuno e che però, perdonate il gioco di parole, ci manca tanto.

Cristina La Bella