Ieri sera mi sono ritrovata per le mani un libro di ricette biologiche per accompagnare i bambini durante lo svezzamento. Un bel libro non c’è che dire, ma davanti a tutte quelle tabelle, quegli schemi, quelle progressioni di introduzione dei cibi, sono inorridita. Mi sono ricordata dell’apprensione che ho provato quando, alla soglia dei quattro mesi di mia figlia, le mie amiche che ci stavano già passando mi raccontavano delle difficoltà dello svezzamento. Gli orari precisi, le poppate da eliminare, i cibi da introdurre e quelli vietati… solo al pensiero già avevo il prurito. Poi, un pomeriggio, in una caffetteria, ho incontrato il libro che ha trasformato l’anticamera di un incubo nell’esperienza più esaltante di questi primi anni di maternità: “Io mi svezzo da solo” (Bonomi editore) di Lucio Piermarini, un pediatra che ha lavorato per molti anni nei consultori familiari, e che col suo libro ha spiegato a tanti genitori come i bambini siano perfettamente in grado di gestire da soli il passaggio dal latte materno ai cibi solidi, senza pappine, senza essere forzatamente imboccati e senza inutili ansie e paranoie.

Non mi dilungherò sulle basi scientifiche dell’argomento, primo perchè non ne ho le competenze, secondo perché se la cosa vi interessa potete trovare in libreria o in rete un sacco di materiale utile per accompagnarvi in questa avventura. Preferisco invece dopo una brevissima premessa raccontarvi la mia meravigliosa esperienza, sperando di essere di aiuto a qualche altra mamma…

Perché scegliere l’autosvezzamento, al posto di quello tradizionale?

Perché ogni bambino è diverso: ha i suoi tempi e le sue necessità, che non andrebbero mai ingabbiate in delle rigide tabelle. Ad esempio, parlare di un’età precisa in cui iniziare è fuorviante e così anche le quantità di cibo, gli orari, la progressiva eliminazione del latte materno, sono tutte cose che andrebbero fatte in armonia col bambino.

Quando è giusto iniziare a svezzare?

Quando il bambino è pronto!!! Ci sono tre segnali inequivocabili per capire che il nostro bambino è pronto ad assumere cibi solidi:

  1. riesce a stare seduto da solo
  2. mostra interesse per il cibo
  3. ha perso il riflesso di estroflessione, ovvero quel riflesso del lattante di spingere con la lingua, che impedisce l’introduzione di un cucchiaino in bocca, per capirci.

In genere questo avviene intorno ai sei mesi. Ma può avvenire leggermente prima (come nel caso di mia figlia che ha iniziato a sedersi a tavola con noi e ad annusare e portare alla bocca il cibo a 5 mesi) o anche dopo, ci sono bambini che vanno avanti solo con il latte materno anche a 10 mesi, e stanno benissimo!

D’accordo. Aspettiamo che il bambino sia pronto, e poi?

Dimenticate le composte di frutta, i brodini etc, e fate semplicemente sedere il bambino a tavola con voi, offritegli pure tutto ciò che mangiate anche voi, tagliato in pezzettini stretti e lunghi in modo che possa maneggiarli agilmente. Lasciate che sperimenti gli odori, i colori, i sapori e le consistenze! Non abbiate fretta e non forzatelo mai. Vedrete che andrà tutto bene.

Ma davvero è così facile?

Assolutamente sì! Lo so che a questo punto avrete un milione di domande e che non tutti avrete la fortuna di ricevere supporto dal vostro pediatra, ma per fortuna ormai l’autosvezzamento sta prendendo piede sempre più velocemente e, senza dubbio, se non vi dovesse bastare la lettura del libro che vi ho consigliato, troverete un pediatra disposto a seguirvi in questo cammino.

Quello che posso dirvi io è che io mi sono limitata a seguire il mio istinto, osservare mia figlia, accertarmi di avere io per prima un’alimentazione sana e bilanciata (questo è fondamentale. Molti di noi non si sentono sicuri di far mangiare ai bambini quello che mangiano loro perché sospettano di non mangiare bene. Quindi si potrebbe cogliere quest’occasione per aggiustare il tiro tutti insieme). In generale, se credete che un alimento non sia sano per vostro figlio, certamente, non lo è nemmeno per voi. Per essere più tranquilla ho seguito un corso di manovre di disostruzione pediatrica (questo dovrete farlo comunque, perché i bambini si possono strozzare anche con le pappine, anzi, in realtà il passaggio diretto dal latte al cibo solido è molto più sicuro).

E poi? E poi ho messo mia figlia a tavola con noi: quando ha iniziato a guardarci con interesse mentre mangiavamo aveva più o meno 5 mesi, stava seduta correttamente, ma ancora non era pronta a deglutire. Si limitava ad osservarci incuriosita e, se le davamo un pezzetto di pane, di frutta, o di carne (mai troppo piccolo, ma anche qui è bastato seguire il buonsenso) lo maneggiava o lo annusava. Dopo qualche tempo ha iniziato a ciucciare, e qualche giorno prima dei sei mesi ha deglutito il primo bocconcino della sua vita. Da quel momento ha avuto il suo seggiolone, il suo posto a tavola e il suo piattino, dove c’era sempre qualche pezzetto degli ingredienti che usavamo per cucinare (verdure, pane, carne, pesce, sempre tagliati nelle forme più facili da maneggiare) e un paio di cucchiai del piatto pronto e finito. Col passare dei mesi gli assaggini si sono fatti più consistenti, così come gli spuntini fuori pasto (soprattutto frutta, ma anche yogurt, e qualche dolcetto preparato da me, preferibilmente senza zucchero) e nonostante allattasse tutta la notte gradiva sempre un bel frullatone di frutta fresca a colazione!

E ovviamente nel frattempo ho continuato con l’allattamento poiché il latte materno dovrebbe essere l’alimento principale per il primo anno di vita, e questo semplifica ulteriormente il cammino: i giorni in cui il bambino non ha voglia, magari perché sta poco bene, o è nervoso, o per qualunque ragione, si può serenamente saltare il pasto, poiché questo non è che un complemento del latte materno.

L’aspetto che ho più amato di questa scelta “alternativa” è che mia figlia ha mangiato a tavola con noi da sempre. Nei miei ricordi di bambina, di baby sitter e zia, i bambini hanno sempre mangiato prima, da soli, mentre tutta la famiglia li fissava e a turno li imboccava facendo stupidi giochini. Personalmente questa cosa non mi è mai piaciuta, da una parte perché credo che il pasto sia il momento più importante di riunione condivisione ed educazione a cui dovrebbe partecipare tutta la famiglia, dall’altra, pensiero forse un po’ egoistico ma molto concreto, perché gestire la preparazione di pasti separati ad orari separati significa sacrificare tempo, tempo che sappiamo che nella vita dei neo genitori è la cosa più preziosa che ci sia.

Insomma per me questa è stata e continua ad essere un’esperienza impagabile, spero davvero di avervi, non dico convinto, ma almeno incuriosito.

Ginestra Odevaine