In un contesto quale quello di oggigiorno sempre meno avvezzo a spronare i giovani a continuare nella ricerca dei proprio sogni, soprattutto quando questi sembrano davvero lontani irraggiungibili, in un piccolo paesino della provincia di Frosinone, Amaseno, sembra si vada controcorrente. L’associazione giovanile “Ma…se Masè..”, da anni promotrice di eventi per la valorizzazione del territorio e la crescita personale, ha infatti indetto la terza edizione del concorso letterario “Parole&Pastelli” riservato ai ragazzi della scuola media, riscuotendo diverse adesioni. I lavori, tutt’altro che di scarsa qualità, suddivisi in 3 categorie Racconto, Poesia e Fumetto, sono stati davvero molti mettendo in crisi la giuria. Eventi del genere sono finalizzati a incentivare le nuove generazioni a misurarsi con un tipo di scrittura altra da quella prettamente scolastica; e chissà che tra queste giovani penne non si nasconda un novello romanziere. Si propone qui il racconto vincitore di Benedetta Esposito, che frequenta la classe III A. (Giulia Mastropietro, presidentessa dell’associazione).

                                                                            Il libro ritrovato e la fuga

Il mio nome  da uomo libero è Albert Arfreid, all’ingresso nel campo di concentramento di Auschwitz  il mio nuovo “nome” divenne  haftling  737. Venni catturato nel corso del rastrellamento del ghetto di Varsavia nell’ aprile del 1943 e dopo un viaggio di due giorni arrivai in quello che può essere definito l’inferno in Terra: Auschwitz. Ero un ragazzo di appena diciannove  anni  con tanti progetti per il futuro,il mio sogno era quello di diventare un bravo avvocato per aiutare tutti coloro che avrebbero subito delle ingiustizie o dei soprusi. Ero ad Auschwitz da un anno e i giorni trascorrevano monotoni e  scanditi dalle solite azioni che dovevamo compiere come fossimo degli automi: Svegliarci la mattina,trascinarci alle latrine per fare finta di lavarci, raggiungere la piazza dove avveniva l’appello  per essere contati,andare a lavorare, tornare al campo la sera stanchi morti,mangiare la zuppa , rientrare  nelle nostre baracche e coricare le nostre membra stanche su quelle tavole di legno che erano i nostri “letti”. Dai tedeschi venivamo considerati luridi ebrei, senza desideri,ambizioni e tantomeno sentimenti,ogni giorno ci costringevano a lavorare e  ci umiliavano perché noi eravamo degli stuck,dei pezzi, di scarso  valore. Pensavo che anche quel giorno sarebbe stato come tutti gli altri,ma mi sbagliavo perché a breve  sarebbe successo qualcosa di insolito che avrebbe sconvolto la mia vita. La  sera rientrando nella  mia baracca trovai  un libro; la cosa mi sembrò subito strana considerando che quando noi deportati entravamo nel campo di concentramento  venivamo privati di qualsiasi oggetto personale. Raccolsi questo libro, lessi le prime pagine e mi sembrò strano che ancora sapessi farlo essendo due anni che non vedevo e non toccavo un testo scritto, compresi che era  la testimonianza di un uomo, probabilmente morto, che raccontava la sua esperienza come deportato nei campi di concentramento. Diceva di chiamarsi Primo Levi e  pensai subito che le sue parole mi sarebbero state d’aiuto per andare avanti  e per ritrovare me stesso. Dovetti nascondere il libro nell’angolo più nascosto della baracca poiché dovevo andare a lavorare e non potevo portarlo con me. Quel giorno il mio lavoro consisteva  nel trasportare sulle spalle dei mattoni che dovevano servire per costruire delle nuove baracche  per ampliare il campo in vista dell’arrivo di altri deportati. Mentre compivo il secondo viaggio con il pesante carico che mi costringeva a camminare ricurvo in avanti,alzai un attimo lo sguardo e   vidi una donna spaventata e nascosta in una buca nel terreno. Approfittai del fatto che mi trovavo in un punto in cui non c’era nessuna SS di guardia,mi avvicinai a lei e incuriosito le tolsi il cappello che le nascondeva la testa.  Era bellissima aveva una  folta chioma di capelli biondi e occhi castani, indossava una maglia stracciata con un triangolo rosso sopra il quale vi era un rettangolo giallo, che indicava che era un’ebrea. Mi disse: “Non mi fare del male, non dire a nessuno dove mi trovo, voglio morire qui, non nelle camere a gas!”. La rassicurai e le risposi: “Non voglio farti del male e come te desidero scappare da quest’inferno”. Sentii però dei passi in lontananza e capii che era una SS che veniva a controllare per cui dovevo riprender il mio lavoro per non essere punito e per non rischiare che scoprisse la ragazza. La salutai e le dissi:“Tornerò qui stanotte alle tre”. Arrivarono le tre e facendo molta attenzione uscii dalla baracca, poiché era severamente vietato spostarsi nel campo di notte  finsi di andare a svuotare il secchio dove nel corso della notte i deportati facevano i loro bisogni,fu così che  andai da lei e portai con me il libro nel quale trovammo la pianta del campo di concentramento di Auschwitz e iniziammo ad esaminarla. Primo Levi  aveva scritto  che nel  campo c’era un sottopassaggio segreto, lo  aveva  costruito lui e si trovava nella sala caldaie del laboratorio chimico in cui lui lavorava. Da quel sottopassaggio, si poteva accedere all’ esterno del campo di concentramento, bastava proseguire per poi dire “SONO LIBERO”. C’era però un problema, ossia che quella zona era sorvegliata  dai tedeschi. Io e la ragazza decidemmo che il giorno successivo alle due del mattino avremmo cercato di scappare, nel momento in cui i tedeschi non controllavano la zona del sottopassaggio. Passai un giorno in cui pensavo che qualsiasi cosa facessi  nel campo di concentramento sarebbe stata l’ ultima perché dopo sarei stato nuovamente  un uomo libero e mi sarei lasciato alle spalle tutto quel dolore. La sera  andai nel luogo in cui avrei dovuto incontrare la ragazza bionda,ma dopo essermi guardato intorno capii che lei non c’era. Andai subito a perlustrare la zona e vidi una fila di donne con un triangolo rosso sopra il quale vi era un rettangolo giallo pronte ad entrare in una camera a gas. Riconobbi la ragazza, non per i capelli che le avevano tagliato,ma per l’andatura sofferente che aveva. La afferrai per un braccio e la nascosi sotto un mucchio di panni sporchi,erano i vestiti che si erano tolti  altri deportati già entrati nella camera a gas. Ritentammo la fuga il giorno dopo e ci riuscimmo, ma fu molto  pericoloso poiché colpimmo alla testa  con un bastone una guardia tedesca che svenne. Una volta usciti dal campo di concentramento, ci ritrovammo in una sterminata campagna,non sapevamo dove andare e  non avevamo nulla da mangiare  e neanche dei vestiti per cambiarci quelli orribili e sporchi che avevamo ad Auschwitz.Dopo aver camminato a lungo eravamo ormai esausti e demoralizzati,quando   vedemmo in lontananza un villaggio fatto di capanne in paglia e decidemmo di fermarci e chiedere aiuto e ospitalità. Gli abitanti, nonostante i rischi che correvano accogliendo due ebrei scappati da un campo di concentramento, ci diedero un giaciglio su cui dormire e del pane con della minestra per sfamarci, che a noi dopo anni di lager sembrò un pasto abbondante  e squisito. Andammo a dormire,ma  al mattino  ci svegliammo con delle urla molto forti così mi affacciai e vidi il  tedesco che  avevamo colpito all’ interno del campo di concentramento. Sicuramente si erano accorti  che eravamo scappati, poiché  i tedeschi nell’essere brutali  erano anche molto precisi,infatti solo dopo aver fatto l’appello potevamo entrare nelle nostre baracche. Richiusi la porticina della capanna, quando ad un certo punto il  tedesco la riapri violentemente  e ci disse urlando di camminare avanti a lui che cominciò a frustarci. Ci condusse  di nuovo ad Auschwitz, eravamo sofferenti non solo nel corpo per via delle frustate,ma anche nell’anima poiché  sapevamo che la nostra fine sarebbe presto arrivata. Fummo portati in una camera gas. Io sussurrai alla ragazza: “Eccola la nostra fine, nessuno ora ci salverà!”. La ragazza aggiunse: “Però siamo insieme e certamente lì fuori la nostra vita non sarebbe stata migliore. Non avrei mai pensato di dirtelo, eppure Alfreid… Ti amo”. Lei, proprio lei dopo tante sofferenze si era dichiarata a me,io che non  avevo un bell’ aspetto, ero denutrito, senza capelli, sporco e malvestito. “Ciao Alfreid”, mi disse lei appena entrammo nella camera a gas. “Ciao…”, risposi. Era una cosa strana però, in tutto questo tempo non ero riuscito a sapere come si chiamava, eppure, nonostante tutto l’ amavo. Dopo un po’ tutto si offuscò e non vedevo più nulla, neanche lei, ma le tenevo la mano. Dopo tante sofferenze, stavo morendo ucciso dai tedeschi  che avevo tanto odiato, però morivo felice perché anche ad Auschwitz, il luogo più atroce  e malvagio che potesse esistere era sbocciato un sentimento nobile e puro come l’amore e l’affetto per un’altra persona. I tedeschi non avevano vinto, non ci avevano annientati come esseri umani, infatti, ancora eravamo in grado di provare dei sentimenti.

Esposito Benedetta, III A, Scuola Secondaria di I grado di Amaseno. 

(Articolo a cura di Cristina La Bella)