26 aprile. Sala Squarzina del Teatro Argentina gremita – posti in piedi addirittura – per festeggiare l’uscita del Meridiano Mondadori dedicato a Luigi Malerba, una delle figure più poliedriche del Novecento.  Presenti gli amici di una vita, i critici da sempre interessati alla sua produzione letteraria, i lettori che non l’hanno dimenticato. A parlare del volume – che comprende La scoperta dell’alfabeto (1963), Il serpente (1968), Salto mortale (1968), Il pataffio (1968), Testa d’argento (1988), Il fuoco greco (1990), Le pietre volanti (1992) e Fantasmi romani (2006) – sono stati Daniele Benati, Ermanno Cavazzoni, Andrea Cortellessa, Raffaele Manica, Elisabetta Rasy e il curatore dell’opera Giovanni Ronchini.

Ne è venuto fuori il ritratto di uno che non assomiglia a nessuno, di uno scrittore antirealista, che si è sforzato di rendere la finzione assolutamente verosimile, ma soltanto per svelarne con maggior clamore il crollo. In altre parole è come se egli avesse messo volutamente il romanzo classico su un piedistallo, ma solo per il gusto di farlo poi ruzzolare giù. E l’abilità di Malerba sta proprio in questo: egli è riuscito felicemente a combinare i resti della tradizione letteraria con le tendenze e mode della società consumistica senza cadere nella parodia. Come ha notato, infatti, Ermanno Cavazzoni, altro scrittore che non ha bisogno di presentazioni, l’ironia di Luigi Malerba è “spalmata” nelle sue opere, non è un umorismo spicciolo, ma alla Buster Keaton, non è la risata che nasce dal solletico sotto l’ascella, ma qualcosa di più. Non a caso Walter Pedullà – assente per motivi di salute – ha scritto in uno dei suoi saggi più famosi dedicati a Malerba, che è la sua «una comicità che fa morire dal ridere nel vero senso della parola», come accade al gigante Margutte che passa a miglior vita a causa del gran sghignazzare per aver visto una bertuccia impossessarsi dei suoi stivali nel Morgante (1478) di Luigi Pulci o a Toon Patrol, che muore dalle risate nel film dell’88 Chi ha incastrato Roger Rabbit, proprio perché come avviene nella vita il burlesco scivola nel tragico e viceversa. Del resto l’uomo è il solo animale «risibile», nel senso che è l’unico che sa ridere e di cui si può ridere, e Malerba questo lo sapeva bene, figlio com’era del Decameron di Boccaccio o del Furioso di Ariosto, ossia delle «commedie» umane della nostra letteratura. Ed è ovunque la comicità nei suoi libri, anche dove non ce l’aspetteremmo, si pensi al commerciante di francobolli, protagonista de Il serpente – che consuma un amplesso con una donna che non esiste nel retrobottega del proprio negozio a ritmo musicale – o ai poveri contadini de Il Pataffio che rosi dalla fame il sesso pur volendo non riescono a farlo più. Non è, tuttavia, la sola ironia protagonista delle opere malerbiane, si è parlato, difatti, anche della sua predilezione per la storia, per il Medioevo soprattutto – la giornalista Elisabetta Rasy ha ricordato di quando durante nel corso di un’intervista alla domanda “qual è il tuo anno preferito?”, questi con semplicità aveva risposto il 1299, anno che segnò l’uscita del Milione di Marco Polo, di cui egli apprezzava la prosa da mercante, ma soprattutto l’anno che precedeva il 1300, che tutti chissà perché attendevano con ansia – che l’esponente del gruppo ’63 avrebbe condiviso – come ha giustamente osservato Andrea Cortellessa – con il grande Umberto Eco. Un’ironia, non solo mordace, che ha saputo denunciare l’oscurantismo in cui più volte è inciampato il nostro secolo – Malerba si è interessato fortemente anche ai problemi legati all’ambiente – ma al contempo malinconica, paragonabile appunto alla maschera del teatro greco che mostra un volto duplice che un attimo prima ride e quello dopo piange. Per raccontare chi è stato Malerba scrittore non si può far altro che leggere i suoi splendidi libri, per parlare dell’uomo si può citare un aneddoto raccontato dalla Rasy nel corso della presentazione:

Eravamo a tavola, tutti i presenti si lamentavano dei molestatori telefonici, quelli che chiamano per interviste di ogni tipo. Ognuno inventava scuse pur di non perder tempo, quando chiesi a Gigi cosa rispondesse lui, questi mi disse: “Io gli parlo tranquillamente, che sono contento quand’uno mi chiama! Così mi distrae dal lavoro”.

Malerba era così, un gentiluomo di altri tempi se vogliamo, una persona animata da grande curiosità, la stessa che accompagna i bambini nei primi anni quando stanno per affacciarsi alla vita. Sperimentale tanto nelle strutture narrative quanto in quelle linguistiche Malerba ha compiuto continui «salti mortali» scrivendo romanzi storici e libri per ragazzi, diari notturni e di delusioni, aforismi e raccontini, insomma non si è fatto mancare nulla. È stato giornalista, sceneggiatore, scrittore e chi più ne ha ne metta. Ed è così che si presentava nell’Autodizionario degli scrittori italiani, curato da Felice Piemontese, citato nella Cronologia curata magistralmente da Ronchini:

Negli anni dell’infanzia e anche dopo si è sentito ripetere una massima ambigua e vagamente minacciosa: cerca di essere te stesso. Non si sa per quale malizia o malinconia ha cercato sempre di essere un altro, molti altri. Così ha scritto racconti e romanzi in prima persona, ma si tratta di finzioni, niente altro che finzioni, del tutto inutilizzabili per comporre la voce di un’enciclopedia letteraria. Per inseguire qualche barlume di verità bisognerebbe interpretare quelle finzioni, scavare a fondo in quelle pagine, ma è un esercizio dispendioso e forse inutile. A volte teme di essere soltanto uno specchio che riflette alcune cose che succedono nel mondo, ammesso che il mondo esista. Ma uno specchio non conserva le immagini che riflette, non ne condivide né i difetti né le qualità, ha un’esistenza precaria e variabile, o addirittura non esiste. Se le cose stanno così, forse nemmeno io esisto, pensa, e questa sarebbe una vera disdetta per lui e per i suoi lettori.

Conserverò il ricordo del pomeriggio di ieri, dove ho avuto la fortuna di stringere la mano a Nanni Balestrini, altra figura chiave del gruppo ’63, un meeting che mi ha dato l’opportunità di dare un volto a critici dalla penna intelligente che conoscevo solo sulla carta quali Guglielmi, Mauri e Cortellessa, e soprattutto di ascoltare le parole di chi ha avuto la fortuna di conoscere Luigi Malerba, uno degli scrittori più eccezionali della nostra letteratura. E mi lascia l’amaro in bocca pensare che non mi sarà permesso di parlargli mai, ma ringrazio di cuore la signora Anna Lapenna, sua moglie, che con passione continua a prodigarsi affinché il ricordo di questo resti vivo e passi alle future generazioni, e ringrazio la professoressa di letteratura contemporanea dell’università La Sapienza, Silvana Cirillo, che mi ha proposto di dedicare a lui la mia tesi di specialistica, dono più bello non avrebbe potuto farmi. E io ne sono felice, tanto felice.

 

Cristina La Bella