Nell’ormai lontano 2000 Saverio De Sario venne accusato e poi condannato, dall’allora moglie, di abusi sessuali nei confronti dei loro due figli, all’epoca di 9 e 12 anni. Come prove l’accusa presentò alcuni strani disegni fatti dai bambini, i loro racconti davanti ad un pool di investigatori e psicologi e, infine, la testimonianza diretta degli stessi figli davanti al giudice, prova principe che incastrò definitivamente l’uomo. Pur dichiarandosi sempre innocente, De Sario viene condannato a 11 anni di detenzione, sentenza confermata definitivamente nel 2015, con il relativo trasferimento nel carcere di massima sicurezza di Sassari. Nello stesso anno, però, arriva il colpo di scena: i due figli, ormai grandi, ritrattano le accuse scagionando completamente il padre e accusano invece la madre di averli costretti a mentire.
Anni quindi, quasi 4 in tutto, passati dietro le sbarre da innocente. Dopo la dichiarazione dei figli e le necessarie revisioni a indagini e processo, il 21 aprile 2017, De Sario viene finalmente scarcerato perché il reato non sussiste.

Oltre all’errore giudiziario sconvolge la notizia che i figli dell’uomo, trasferiti in seguito ai fatti in una comunità per minori, in realtà avevano già svelato l’innocenza del padre in un lungo racconto sottoforma di diario, quarantadue pagine per l’esattezza, che avevano affidato agli educatori della comunità dove vivevano e che, però, non sono mai stati resi noti alla Procura. Una vicenda, famigliare e sociale, che getta ombra e disgusto su ciò che gira attorno al nucleo tanto fondamentale quanto devastante della famiglia.
Tre almeno le vite rovinate, i due figli e il padre, e una madre che ancora oggi ribadisce la sua totale fermezza nelle accuse rivolte anni fa, che a torto o a ragione, avrà sicuramente dentro sé un animo, dato le vicende, distrutto o quantomeno compromesso dai suoi stessi gesti. Una giustizia da una parte lenta e dall’altra sbrigativa, prove poche e dubbi tanti ma anche la paura di lasciare libero un pedofilo, per di più dei propri figli.


Un equilibrio precario e difficile quello da raggiungere tra il bene e il male, la bugia e la verità, colpevole o innocente che getta, sempre più spesso, in un vortice ambiguo di vicende di questo tipo, ed è proprio in questa ambito così torbido che il sociale, se la famiglia viene a mancare come supporto naturale, dovrebbe essere un aiuto solido di ricostruzione della famiglia e di sostegno per i minori. Troppo frequentemente invece i figli vengono tolti per i motivi più superficiali e non viene fatto un lavoro di rinsaldamento nella famiglia così come spesso, laddove urge un allontanamento, non c’è alcun tipo di intervento. Quando questi interventi accadono i minori finiscono in comunità di ogni tipo, lì la famiglia, qualunque essa sia, diventa ormai un’utopia.

Esattamente come per i figli di De Sario, la verità non è importante se va, in qualche modo, a sostenere la benevolenza della propria famiglia, i minori diventano quindi figli di nessuno, e non creduti, in quanto sono figli di persone che per la legge hanno la colpa di averli spinti fino a lì, sono come i famosi figli di papà, ma all’incontrario, macchiati di una vergogna di cui non hanno colpa.

Il cardine principale poi di vicende come questa è il tempo, un tempo giudiziario che scorre in una dimensione tutta sua: basti pensare al fatto che l’anno in cui De Sario viene condannato definitivamente (quindici anni dopo la prima denuncia) è lo stesso in cui arriva la svolta per la sua scarcerazione, per la quale occorreranno ancora altri due anni. Un tempo lungo, diluito in un dibattito famigliare che è diventato sociale, un uomo in carcere, corroso per sempre dal dubbio, mediatico e famigliare, di poter essere davvero colpevole e due minori che, nel frattempo, sono diventati adulti senza un padre e una madre.
E questo tempo giudiziario, pieno di sfumature e processi, lascia poca possibilità alle vie di mezzo, colpevole o innocente, buoni o cattivi genitori, famiglia naturale contro famiglia sociale, minori a cui viene tolto il tempo di poter crescere nel loro spazio privato.

Forse invece, al di là di questo verdetto o degli altri possibili e già enunciati, la famiglia, laddove ha effettivamente delle crepe e dei colpi d’arresto, vive di ampie sfumature, ed è lì che il sociale dovrebbe aiutare e risanare una madre bugiarda, un padre presunto colpevole e dei bambini innocenti che passano, tra una scartoffia e l’altra, da mani e mura conosciute ad estranei a cui far appendere il proprio destino.
Quelle sfumature potremmo essere noi, sprovvisti di perfezione, che ogni giorno cerchiamo di annullare quella parte di male presente in noi, a volte anche con difficoltà, troppo spesso con insuccesso.
Prima di far vincere questa malignità e finire in tribunale, lo Stato dovrebbe avere il dovere di tutelare la famiglia, valore su cui si basa la nostra costituzione, da quelle tonalità che rendono ognuno di noi vulnerabile al male, soprattutto quando vengono condannanti degli innocenti.

Marta Borroni