• Titolo: La Vinaia
  • Autore: Luigi Lazzaro
  • Anno di pubblicazione: 2017
  • Editore: Leone editore
  • Numero di pagine: 280

Sinossi: 1957. Matteo, giovane laureato in psicologia, giunge a Faramonte, sull’appennino abruzzese, per lavorare come maestro di scuola. Zelinda in paese è arrivata due anni prima invece, dopo la morte di sua sorella, detta la Vinaia, proprio a Faramonte. Convinta che Turuccio, il giovane handicappato incolpato dell’omicidio, sia in realtà innocente, Zelinda convince Matteo ad aiutarla a indagare. Un’atmosfera ostile e soffocante avvolge però il paese, e ogni abitante sembra una caricatura grottesca di se stesso, con un segreto terribile da nascondere.

Recensione: Siamo nel 1955,  a Faramonte ( ho cercato il paesino su Google e a meno che non mi sia sbagliata, l’autore ha descritto benissimo una location fittizia, al punto che il luogo potrebbe benissimo essere sul Lago di Garda, così come in Calabria e ognuno ha la possibilità di ritrovare personaggi e luoghi che popolano i racconti dei propri genitori o nonni) la giovane e bella Bambina Buongarzone – al secolo La Vinaia o, per i suoi ex- clienti “Ficadiferro” – turba le fantasie degli uomini di questo speduto paesino di montagna.

«Tutti in paese la chiamavano La Vinaia. Anche Gerlando, il suo anziano marito, la chiamava così, sia in pubblico sia in privato. (…) La vita dei due coniugi scorreva sul binario dei piccoli eventi giornalieri; la loro conversazione si era ridotta al minimo, anzi, all’essenziale, dopo che Bambina a malincuore e con rassegnazione, aveva accettato il mutismo del marito.  (…) La sua vigorosa bellezza era per lui un perpetuo memento della propria inadeguatezza sia fisica che spirituale…»

Tra gli uomini che risentono particolarmente del fascino della Vinaia c’è anche Ettore Lumaca detto ‘Turuccio, il “pazzo” del paese. Proprio su di lui ricadrà l’infamante accusa dell’omicidio e del vilipendio del cadavere della donna, brutalmente strangolata in un freddo pomeriggio d’inverno. Che non possa essere stato davvero lui è chiaro sin da subito, ma in fondo, come ammette subito il maresciallo «L’arresto di Turuccio fa comodo a tutti: agli abitanti del paese(…) a noi e alla procura (…) e a quella poverazza della madre». La veloce e pragmatica risoluzione del caso permette agli abitanti di Faramonte di tornare alla loro solita routine. Dopo questo breve flashback, il lettore viene catapultato direttamente al 1957, anno in cui il giovane maestro Matteo L’Utto viene inviato da Roma – per strane, ma sicuramente gravi motivazioni – come maestro elementare del paese. Tra coloro  – pochi – che non lo accolgono come un fastidioso straniero proveniente dalla città c’è Zelinda, la sorella gemella di Bambina. Fisicamente e caratterialmente opposta alla gemella, divengono l’uno l’alleato dell’altra: in lei Matteo vede un’amica, in lui Zelinda la prima possibilità concreta di trovare il reale omicida della sorella e avere finalmente vendetta, l’unica cosa –  come ammette più volte –  a tenerla in vita.

A completare questo quadro, Luigi Lazzaro inserisce un nutrito gruppo di faramontaioli, che divengono – ognuno con le proprie caratteristiche – delle vere e proprie macchiette. Il sindaco, il proprietario dell’osteria dove lavora Zelinda, il sacerdote campano, il rampollo artista e scansafatiche discendente di un’antica e nobile famiglia locale; tutti si alternano nel corso delle pagine come attori in uno spettacolo teatrale, prendendosi cioè il giusto spazio senza per questo finire per toglierlo ai veri protagonisti della vicenda.

Ho apprezzato gran parte dell’intreccio di questo thriller, in cui l’autore ha centellinato gli indizi come fossero mollichine di pane. In realtà, il lettore deve stare attento a seguirle e, soprattutto, non deve farlo ciecamente, poiché facendolo tenderebbe a dare alcuni dettagli ed eventi per scontati, rischiando di “sbagliare strada” da un momento all’altro. Per esempio, per tre quarti del libro sono stata convinta che il colpevole fosse uno, mentre solo alla fine  e, in maniera improvvisa, ho capito che non c’entrava nulla. Ecco, proprio qui sta quello che, personalmente e in maniera estremamente soggettiva, definisco il punto debole di questo romanzo. L’aver cercato una soluzione che fosse completamente inaspettata (e fin quì nulla da obiettare), ma aver spinto troppo. Diciamo che l’autore avrebbe dovuto tener presente che alcune volte “Il troppo storpia”: il veloce susseguirsi di eventi tragici e cruenti che portano alla risoluzione della vicenda, in realtà, non la risolvono davvero. Il finale si perde tra un evento e l’altro, finendo per mettere in secondo piano il resto – piacevolissimo –  della trama.  È vero che il lettore rimane stupefatto e sorpreso, ma una volta chiuso il libro non può far a meno di riflettere su un punto chiave: Bambina non ha giustizia. Forse Zelinda ha una vendetta, ma è effimera.

Martina Mattone