C’è stato un lungo tempo nel nostro passato in cui morire di parto era, paradossalmente, naturale. Era molto facile corrispondere una nascita alla morte, del bambino o della madre stessa.
Negli anni non sono mancate pagine ampie di cronaca nera sui casi di malasanità riguardante le gravidanze. Oggi nel pieno del 2017 con una scienza e una tecnologia che hanno di gran lunga superato la nostra immaginazione di futuro, il tema della gestazione rimane delicato e non sempre riportato in primo piano quanto dovrebbe.
Le statistiche appaiono così, per questo nostro tempo moderno, più alte di quello che si potrebbe pensare:
sono infatti 303mila ogni anno nel mondo le donne che muoiono per problemi legati alla propria gravidanza  o all’atto del parto stesso,  questo per quanto riguarda le madri; se parliamo invece di bambini si evince una media di 2,5 milioni di bambini morti  tra il primo mese di nascita e quelli che nascono già morti, cifre elevate che vengono dichiarate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quest’ultima continua a sostenere che evitare queste vicissitudini sia possibile, ma solo migliorando le cure e l’assistenza che precedono il parto, una gravidanza andrebbe sempre controllata in ogni aspetto riguardante la salute della madre e del bambino. Un altro fatto importante sul quale l’OMS si sofferma è la difficoltà di poter prendere provvedimenti efficaci e immediati per migliorare il sistema sanitario in quanto nella maggioranza dei casi questi decessi non vengono dichiarati e denunciati.
Questo vuol dire che è quindi impossibile fare stime esatte di quanto e come una gravidanza possa essere stata monitorata e andare a capire quanto e cosa sia da migliorare per evitare gli sbagli fatti in precedenza.
Da questa poca divulgazione informatica possiamo stimare che la mortalità materna sia sottostimata fino al 30% del mondo per arrivare ad un 70% pieno in determinati paesi.

Fortunatamente per noi l’Italia si conferma tra i paesi con la più bassa mortalità materna, sono infatti circa 50 le donne che muoiono all’anno di parto in Italia (dati riportati dal Sistema di sorveglianza mortalità materna dell’ISS), che fanno seguire dopo di noi anche la Francia e il Regno Unito. Nei paesi più sviluppati è possibile stimare una media di 20 su 100mila, sono però i Paesi Bassi, con solo 6 morti all’anno ad avere il risultato migliore, segno di una sanità più solida.
Le motivazioni per cui madre e bambini possono perdere la vita durante il parto e la gravidanza sono ovviamente molto varie e complesse, e il più delle volte strettamente legate alla nostra persona in quanto genetica (ricordandoci che nemmeno la natura umana è una scienza perfetta); tra quelle più frequenti per quanto riguarda la salute della madre troviamo: l’emorragia post partum, che ricopre il 52% delle casistiche; ipertensione in gravidanza, con un 19% nel mondo e solo in Italia del 14% e nel 10% di casi la tromboembolia.
Tra gli altri fattori a rischio l’età (dai 35 anni in più si ha un rischio di mortalità 3 volte maggiore) e le tecniche di procreazioni assista.
Si parla ovviamente di casi generali in quanto ogni soggetto ha una sua storia a sé e deve essere monitorato costantemente per poter controllare che la gravidanza proceda bene. Per poter comprendere meglio come sia possibile che oggi le morti per gravidanza possano ancora accedere in modo elevato, l’Oms ha messo a disposizione 3 documenti pubblicandoli per contenuti.

Nel primo è stato stilato un sistema di classificazione dei decessi, questo per poter controllare le condizioni della madre, raffrontando le possibili patologie durante la gravidanza con le morti durante il parto. Nel secondo c’è un’analisi completa sulle morti per poter poi sviluppare le possibili soluzioni. Nel terzo e ultimo documento troviamo un rafforzamento di processo delle revisioni sui casi di mortalità materna in ospedali, strutture e cliniche.

Questi sono, molto freddamente, dati tecnici. Nomi, eventi particolari, dettagli specifici sono cose di cui si può e si deve parlare ma con le dovute attenzioni e il giusto tono di sensibilità, non sempre è facile mettere nero su bianco esperienze di vita strettamente collegabili ad un nome e cognome.
L’atto della vita, come dono magico dell’essere qui ed ora, si avvolge da sempre di problematiche e misteri del perché effettivamente esistiamo e del perché poi non possiamo farlo più, ma il mezzo fisico con cui arriviamo qui su questa terra, la nostra nascita, è qualcosa che dovrebbe portare con sé solo la gioia di spalancare il respiro dentro questa mondo, ed è un processo, una crescita appunto, in cui è difficile stanziare e vagliare ogni minima sfumatura che la gravidanza può portare.
Questo per dire che si può morire di parto, anche oggi, come del resto si può morire di qualsiasi altra cosa ma l’informazione ha il dover di non ingigantire e nemmeno minimizzare la delicatezza che sta dietro  questi eventi prima dell’atto tragico in se stesso.
L’ultima donna in fatto di cronaca di morte per gravidanza è una quarantenne sarda che dopo aver dato alla luce due gemelli – fortunatamente in buona salute – è morta a poche ore dal parto per un’emorragia interna.
La sua storia può diventare la storia di chiunque, ci si può immedesimare, piangere e avere paura, così si può comunque sentire la gioia di quei due bimbi che stanno continuando a vivere.
Io personalmente non ho ancora figli, anche se per amore mi è capitato spesso di pensarci, e per quanto ci venga detto che fare figli giovani sia più giusto e salutare, la paura non viene meno, è sempre più difficile affidare il dono della vita con fiducia a chi di mestiere questa vita la dovrebbe condurre verso la sua nascita.
Oggi io avrei dovuto avere dei fratelli, due gemelli. Avrebbero 21 anni, mia madre li ha persi quando la gravidanza era già in stato avanzato, io ero piccola, ricordo poco quei momenti, se non forse il dolore che le è piombato addosso dopo, ma non del fatto che ho rischiato di perderla. Anche lei, infatti, ha rischiato di morire su un tavolo di ospedale, cercando con la sua vita di dare altra vita.
Ecco, in questo caso, lasciando stare sentenze, statistiche e possibili colpe, come privati cittadini o come enti di sanità,  dovremmo tutti essere sempre un po’ madri, dare la vita, fino al fondo di noi, come unico obbiettivo finale.

Marta Borroni