• Titolo: Africanità.Introspezione della cultura africana
  • Autore: Pape Gora Tall
  • Editore: Cose d’Africa
  • Anno di pubblicazione: 2016
  • Pagine 93

Sinossi: Considerazioni molto profonde che si basano su fatti concreti, pensieri sulle tematiche della globalizzazione, il rischio della scomparsa di alcune culture considerate “minori” sono le tematiche che questo giovane autore senegalese ci presenta: una seria indagine di queste problematiche, andando a scavare alle radici della crisi di identità di popoli che si trovano ad un bivio tra l’alienazione creata dall’identificarsi nelle culture prevalenti e la radicalizzazione, l’atrofizzarsi in una sorta di “museo folkloristico”. Una sorta di conflitto interiore tra  l’etnocentrismo e il rinnegare totalmente la propria cultura. Non è tuttavia una critica, quella dell’autore, ma se lo è, si tratta di una critica costruttiva, infatti è capace di proporre soluzioni molto pratiche .

Il primo suggerimento è, innanzitutto, riscoprire la propria cultura, valorizzarne i punti di forza, poi rispettare le altre, e quindi promuovere l’interscambio e la cooperazione, anche attraverso l’arte e la rivalutazione di lingue arcaiche come veicolo di trasmissione di un patrimonio inestimabile. Sono soluzioni, che, se messe in atto, sarebbero la salvezza non solo per l’Africa, ma per tutta l’umanitá.

Recensione: Un’analisi onesta e spassionata delle problematiche legate all’Africa, continente che si trova ad un bivio, talvolta in mezzo a lotte fratricide, tra persone disposte a morire” pur di toccare il suolo occidentale” e il trincerarsi in una sorta di “narcisismo folkloristico”. Questo interessante saggio , denso di significato e – a mio parere – molto obiettivo, va al di là di concezioni personali o affermazioni di parte. Riconosce che ciascuna cultura si può arricchire  solo tramite i contatti con le altre culture, pur non negando la “colonizzazione”, anche mediatica, delle culture dominanti che ha provocato una sorta di “etnocidio”, cioè una vera e propria alienazione delle culture considerate minori.

La vera integrazione non è alienazione, ci vuole far comprendere l’autore, che cita anche l’esempio significativo del Giappone, fortemente propositivo a livello mondiale nel campo della tecnologia, che però non ha rinnegato la propria identità. L’uomo africano si trova in bilico tra il fossilizzarsi nel proprio radicalismo e l’identificarsi nei colonizzatori. L’autore a tale proposito cita il libro “L’ambigua avventura” di Cheik Hamidon Kane, dove il giovane Samba Diallo rientra in Senegal dopo aver concluso i suoi studi in Europa. Samba, che ha perso la sua fede, non riesce, nel suo cuore, a sostituirla con un’altra e attraversa una profonda crisi interiore, che si chiude con tragico epilogo: Samba viene ucciso dal pazzo del villaggio perché si rifiuta di andare a pregare in moschea. Questa storia spiega molto bene la netta contrapposizione tra l’alienazione culturale e l’integralismo, inteso non in senso religioso, ma in senso più ampio. È un conflitto interiore, una lotta che a volte sfocia davvero in vicende e lotte cruente, dal quale l’autore indica, o auspica una via d’uscita. La via d’uscita è l’uomo “della sintesi”, che nasce da questo scontro o da questa contrapposizione. L’uomo della sintesi è l’uomo dell’ autodeterminazione ma anche della tolleranza, del confronto pacifico, dello scambio, che riscopre il suo cuore ancestrale ma va verso il futuro, che riscopre la propria lingua e le proprie tradizioni senza per questo macerarsi all’interno di esse, che conserva i principi morali comuni a tutte le civiltà, che sa “addomesticare la scienza e la tecnologia come strumenti di progresso e non di autodistruzione”.

Cecilia Piras