Fino a che punto la cultura è una “causa di giustificazione” per millenari dogmi trascendentali che, però, si ripercuotono nella realtà con la forza dei massi in piena valanga? Fino a che punto l’uomo si sentirà protetto o protettore in nome della religione? O meglio, fino a che punto gli occhi della sviluppata civiltà attuale dovranno chiudersi a elucubrazioni mentali, spesso frutto di un ignorante fermentazione di fanatismi esasperati? Insomma perché Fatima -pseudonimo giornalistico- , una ragazza di 14 anni residente in un piccolo comune nella periferia di Bologna, ha dovuto vedere la sua scura chioma di capelli rasata da una madre furente per il disonore arrecatele dalla figlia che riluttava l’usanza religiosa di indossare il burqa (in seguito, per difendersi dalla pressione mediatica, la donna ha dichiarato che la vera causa del gesto sarebbero stati i pidocchi, giustificazione che è apparsa ovviamente poco convincente). Si è detto “usanza” ma il sostantivo sarebbe dovute essere “imposizione”. Sarebbe fuorviante addentrarci nei meandri di quelle storie macchiata dal sangue e dalla violenza che gruppi di uomini hanno provocato a giovani e vecchie donne islamiche o cristiane.

La lapidazione a causa dell’adulterio, praticata comunemente nei paesi come l’Afghanistan, potrebbe rappresentarne uno scarno esempio, nonostante la realtà sia molto più struggente. Certo, è facile citare ad esempio uno tra i paesi, attualmente, più bellici e sottosviluppati del mondo, dunque si punterà l’occhio sull’Italia e su come l’ordinamento che la costituisce ha reagito al problema. Tra le pratiche più odiose e crudeli che si potrebbero segnalare, la più barbara è sicuramente l’infibulazione, ovvero la mutilazione dei genitali femminili. Una zavorra culturale nata nell’antico Egitto che prima si è diffusa nascosta nelle gobbe dell’Islam e del Cristianesimo e poi si è perpetuata in numerose aree dell’Africa, del sud-est asiatico e della penisola araba. Il fine di questa selvaggia ombra del passato è quello di negare il piacere sessuale alle donne, attraverso l’asportazione della clitoride, impedendo l’orgasmo scatenato da quella particolare zona erogena.

Nei Paesi come la Somalia, le donne che non sono state sottoposte alla pratica dell’ infibulazione sono tacciate come impure e costrette all’allontanamento sociale. Ora, l’immigrazione – che comunque rimane un fenomeno meritevole di solidarietà- porta con gli uomini la cultura, le storie e l’intero modus vivendi di questi. In questo tema la legge n 7 del 9 Gennaio 2006 in nove articoli propone una campagna volta alla repressione del reato con un inasprimento sanzionatorio e sia la predisposizione di un vero e proprio apparato che potesse reagire con vigore al problema. In sostanza, ciò che vuole raggiungere la suddetta la legge è la disincentivazione massiccia della pratica fino ad arrivare all’assenza totale.

In altri contesti, lo Stato Italiano ha dato prova di una discreta apertura in tema di usanze religiose come il burqa (con alcune limitazioni) o l’hijab o il niqab, a differenza di Francia e Svizzera che ne hanno vietato la presenza in luoghi pubblici come le scuola. Il velo Islamico è sempre stato oggetto di controversie: da un lato chi ritiene che é un diritto di ogni donna e dall’altro una catena culturale. Sono numerose, infatti, le donne che gridano con forza che il velo islamico è una tipica espressione della cultura e della religione islamica e come tale dev’essere tutelato e riconosciuto.

Dall’altra parte, però, c’è chi si oppone ferocemente all’utilizzo di questo “speciale” capo d’abbigliamento basando le proprie accuse sulla pericolosità che verrebbe a nascere indossandolo, poichè celerebbe il responsabile di un eventuale comportamento illecito. Su questo punto è bene fare una preliminare ma fondamentale precisazione: non tutte le tipologie di velo islamico nascondono il viso e quelle che lo fanno, per antonomasia il burqa, sono vietati in Italia aisensi dell’art. 85 del Testo unico di pubblica sicurezza secondo cui “è vietato comparire mascherato in luogo pubblico” tranne in determinate occasioni e dell’art. 5 della legge n. 152/1975 Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico in base al quale “è vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”. Dunque, contrariamente agli sfegatati leghisti veneti, che contrastano le donne islamiche nell’indossare il velo, il pieno utilizzo dell’ Hijab, quindi anche in luoghi pubblici, è perfettamente lecito e conforme alla normativa Italiana. In sostanza, quindi, il velo islamico, al pari del rosario al collo, costituisce una manifestazione religiosa
individuale innegabile.

La vera problematica che si nasconde dietro al burqa è tutt’altra, ossia l’imposizione da parte dell’esterno coprire al mondo se stessi, sottomettendo la libertà personale dell’ipotetica donna costretta. Quanti tradizionalisti islamici costringono la propria moglie o la propria figlia all’utilizzo del velo? Quante sono le donne che ogni giorno vedono allo specchio quello che, hanno come simbolo religioso, è diventato una cella mobile al pari della cintura di castità. Prima si trattava della pratica dell’infibulazione come explanatio per argomenta exemplorum per toccare i vertici della subordinazione cui una donna può essere costretta a subire. Ora per quanto vi siano poche differenze macroscopiche tra i due diversi temi- infibulazione e imposizione dell’utilizzo del veloentrambi maturano da una comune radice, poichè la libertà di godere del piacere sessuale e la libertà di gioire del proprio viso e dei propri capelli nascono ambedue dall’universale piacere di essere donna.

Stefano Delfino La Ferla