La vittima, una quindicenne scomparsa il 19 marzo 2017, è stata sequestrata e violentata per due giorni da un gruppo di coetanei, e si presume, anche con la complicità di un adulto. Il reato, già agghiacciante di per sé, diventa ancora più brutale in quanto lo stupro è stato ripreso e mandato in diretta su facebook.

La ragazzina è stata imbavagliata e legata per poi essere stuprata e ripresa in video da più persone contemporaneamente. Violazione su violazione, gli aggressori sembrano cercare affermazione attraverso lo svilimento dell’individuo non solo in un atto intimo privato, ma anche nella mercificazione di un corpo attraverso la nostra vita sociale. Uno dei principali aggressori, un quattordicenne, in questi giorni fermato alla polizia, non solo sarebbe accusato di violenza carnale aggravata, ma anche di produzione e diffusione di materiale pedopornografico, in quanto la vittima è minorenne. Molte le sevizie subite dalla vittima oltre alla violenza sessuale, come il taglio dei capelli e lo strappo dei vestiti fino ad arrivare alle sigarette spente sulla pelle. Tutto questo orrore si conta sia stato visto in diretta da più di 40 persone, tra questa solo una, un altro adolescente ha chiamato la polizia che è intervenuta facendo rimuovere il contenuto e cercando la ragazza ch una volta trovata è stata immediatamente portata in ospedale. Un sola persona contra quaranta, per un totale di 45 persone che hanno fatto, condiviso, guardato questa barbarica violenza sessuale.

Da una parte gli adolescenti ai due estremi. In mezzo a chi non dovrebbe mai possedere a quell’età, una lucidità tale di scegliere di fare così tanto del male e il coraggio di chi invece, inesperto e impaurito, si è preso la responsabilità di denunciare una violenza che pur viaggiando nell’etere e quasi autodenunciata dagli stessi aggressori, nessun ha sentito l’incombenza di doverla fermare, la maggior parte di queste persone ha semplicemente pensato di stare a guardare. Questa ragazza è stata penetrata nella carne con ferocia, ma anche con gli occhi pieni di insistenza dentro un agorà virtuale diventata virale per trasmettere violenza. E poi ci sono gli adulti, quelli che dovrebbero avere piena coscienza dei confini, nemmeno poi così labili, fra il bene e il male. Queste persone mature che dovrebbero dare regole e starci dentro, per prime loro stesse, dovrebbero permettere di poter tutelare questo mondo soprattutto per chi non può ancora capire cosa esattamente siano i meccanismi di questo universo, per chi realmente non ha la forza di metabolizzare quello che gli sta succedendo, che non ha modo di difendersi anche se arriva la sentenza di una morte interiore certa e il deterioramento di un corpo che qualcuno ha deciso, pazzamente, che non può più essere solo proprio.

Infine, e forse dovrebbe essere in cima a questa catene di eventi, ci sono i mezzi virtualmente sociali. Piazze blu, rosse o verdi n cui esporre una vita personale, più o meno artefatta, che in ogni caso non dovrebbe mai andare a ledere alla dignità altrui. Di fatto però i social diventano l’emblema delle non regole, la possibilità di mettere in “piazza” ogni esperienza non filtrata e quindi non protetta, se non per dei banali filtri per le foto. Che sia la piccola battuta, un parola infamatoria, una bugia, un’accusa, un giudizio, una sentenza, una diffusione di dati privati, l’incitamento al bullismo o alla violenza, arrivando a veri e propri reportage personali di terrore tra stupri e sparatorie, i social si lavano insieme alle mani anche la sentenza, dichiarandosi non responsabili di alcuni contenuti degli utenti trasmessi,solo raramente vengono effettivamente prese delle tutele nei confronti di questi reati reali, ma che se passano dal web, si contagiano di impalpabilità e quindi di una non possibilità di condanna. In verità non esiste un vero e proprio codice sociale sul web, ognuno di noi dovrebbe attingere dalla propria intelligenza e moralità su quali siano i limiti che si possono varcare e quelli che sarebbero, saldamente, da chiudere a chiave.
Ma quando queste due cose, sempre più spesso mancanti, non vengono ben distribuite chi è che realmente ci può tutelare?

Per ora il team di facebook su questa vicenda non si esprime e tace, un silenzio così rimbombante da sembrare decisamente irrispettoso. Io non sono più adolescente, ho ormai passato quella barriera di età che separa dalla maturità non tanto di anagrafe quanto più di presa di coscienza verso la vita. Ricordo però ancora bene di quegli anni le mie paure verso il mondo, il terrore di mia madre nel pensare che anche sua figlia potesse essere una fra le tante sparsa nei titoli di giornale, ricordo lo sforzo di non avere due occhi ma quattro, anche sei all’occorrenza, le tentante aggressioni e la prontezza di avere una forza tale da trovare, sul momento, la via giusta per la salvezza o per evitare il dramma. Ho vissuto la mia vita in modo sereno, senza impormi una campana di vetro in cui cercare di rimanere, ermeticamente, al sicuro.  Eppure, nonostante questo, fino adesso e ancora da qui in avanti devo avere infinite accortezze per non permettere che quelle regole non scritte e quindi non sancite, releghino anche me nel ruolo di vittima. Ora sono grande, è diverso e lo capisco, ma la punta di paura rimane invariata, la consapevolezza che apriamo al mondo, ogni giorno di più, le porte verso la condivisione sempre maggiormente contagiosa alla violenza.

Ripenso a quella ragazza, alla sua pelle violata come a quelle dita scorse sullo schermo e al fatto che possono aver schifosamente pensato di farle la stessa cosa, a quelle sigarette spente sulla carne come le dita che forse hanno ingrandito le immagini della diretta in cui veniva violata, a tutti quegli adulti che hanno generato figli violenti e che gli stanno a guardare dietro i monitor, padroni di un mondo che legalmente non esiste e che quindi ancora più facilmente può ferire, violentare, uccidere, con un colpo secco sul corpo e un altro simultaneo sullo schermo.

Marta Borroni