Se siete alla ricerca di un film che sia in grado di intrattenervi nel puro senso della parola ma che possa anche darvi l’opportunità di offrirvi qualcosa oltre la mera suspance non lasciate che Life: Non oltrepassare il limite abbandoni le sale senza che abbiate avuto l’occasione di vederlo. Questo horror sci-fi della Columbia Pictures è diretto dallo svedese Daniel Espinosa (alla sua terza produzione in lingua inglese dopo Safe House – Nessuno è al sicuro (2012), sua prima collaborazione con Ryan Reynolds, e Child 44 – Il bambino numero 44 (2015) ). Nel cast l’attore canadese nei panni dell’ingegnere Roy Adams e Jake Gyllenhaal in quelli del dottor David Jordan. Quest’ultimo ha accettato con entusiasmo il ruolo volendo ricordare così il nonno un tempo medico. Tra i nomi da annoverare nella troupe che ha avuto in cura la pellicola c’è quello di Nigel Phelps, stella della scenografia dopo (solo per elencarne alcuni) la sua partecipazione ai progetti di Full Metal Jacket (1987), Alien (1997) e Pearl Harbor (2001).

L’idea della pellicola ha attecchito nella mente del regista nel momento in cui sono giunte le prime notizie riguardanti l’atterraggio di Mars Curiosity sulla Terra che hanno fornito l’ipotesi verosimile che esista nel passato di Marte dell’acqua. Nel film infatti la crew della Stazione Spaziale Internazionale introduce nei suoi ambienti un campione prelevato dal pianeta rosso contenente quel che sembra una cellula biologica. Con le dovute metodologie viene stimolata e “svegliata” dal sonno nel quale l’ibernazione l’aveva fatta assopire. L’iniziale entusiasmo, giunto anche sulla Terra volge però ben presto in interrogativi e successivamente in timore. Calvin, così ormai i protagonisti si rivolgono all’entità aliena, sembra aver sviluppato un radicato istinto di sopravvivenza, che lo renderà una grave minaccia alla vita dei membri dell’unità spaziale e non solo…

Senza voler incappare in spoiler possiamo senza dubbio tirare un fil rouge tra Life e l’Alien di Ridley Scott: lo sviluppo di un’entità aliena al di fuori della capacità di controllo umane, la nostra smania di potere che supera i limiti imposti dal raziocinio, quella stessa ragione che confrontata alla potenza e all’altra creature mostra tutta la sua fragilità e debolezza.

Tuttavia la Stazione Spaziale Internazionale è ben diversa dalla Nostromo scottiana: in questo nuovo film infatti la cura tecnica e il supporto scientifico l’hanno resa molto più vicina e plausibile.

Per la realizzazione del film sono stati richiesti i contributi di diversi specialisti in ambito scientifico: da medici a ingegneri spaziali. Uno di questi, il genetista Adam Rutherford, ha fornito l’idea, seppur escludendo la possibilità reale che un organismo alieno potesse venire riesumato dall’ibernazione nel sottosuolo del pianeta rosso. L’essere in questione è stato progettato come un organismo pluricellulare avente una velocità di crescita e sviluppo di gran lunga superiore agli standard terrestri. Altra caratteristica fantascientificamente azzeccata è il fatto che ogni cellula sia totipotente, ovvero presentate la possibilità di essere al contempo muscolare, nervosa e fotoricettiva, dando così origine ad un essere biologico dotato di estrema forza ed intelligenza.

Il film solleva un ancestrale interrogativo (antico per lo meno quanto le prime grandi civiltà Avanti Cristo) che da sempre si trova sul limite tra l’esaltazione della scoperta, la tensione verso il progresso scientifico e il potere della scoperta, e la paura di una potenziale minaccia che riduca l’uomo a destarsi dal suo enorme egotismo: esiste vita all’infuori della Terra?

Sulle note di Spirit in the Sky Espinosa cala il sipario nero dei congedi facendoci ringraziare di essere solamente su una comoda poltrona di una sala cinematografica.

Beatrice Bravi