• Titolo: Bichinàos
  • Autore: Pietro Pala
  • Editore: 13 Lab Edition
  • Numero di pagine 255

 

Sinossi. Un tempo il vicinato, il quartiere, era tutto un brulicare di bambini chiassosi, di vita, era qualcosa che trasmetteva gioia e un senso di appartenenza. È così che Pietro Pala, nato negli anni ‘60, ci racconta la vita nella sua Nuoro.  Il libro consiste in una serie di racconti (ogni capitolo è introdotto da una foto in bianco e nero) di ritratti di personaggi realmente esistiti ed episodi reali vissuti in prima persona, oppure evocati attraverso aneddoti e modi di dire proverbiali tipici di un vissuto del posto. Personaggi che a volte sono  parenti o amici affiatati, altre volte sono “macchiette”, spesso sono  i cosiddetti  “zistraos”, ovvero coloro ai quali si attribuisce un soprannome, una sorta di “nickname” che li accompagnerà per tutta la vita, ma che non sarà mai un motivo per offendersi, anzi, un modo per fare la storia del Quartiere. L’autore dichiara: “scrivere di sé stessi è una maniera di ricordare gli altri”  e infatti ci racconta non solo la sua vita, ma tutto il suo quartiere, la sua città, le tradizioni ma non solo: ci racconta anche la storia. Infatti ricordiamo che gli anni ’60 sono un periodo emblematico, con il boom economico, l’esplosione demografica, il benessere, un periodo di transizione anche per  Nuoro, è  una generazione che è passata dalla dura fatica del sopravvivere giorno dopo giorno col lavoro della terra, alla modernità, al progresso. Niente di male in tutto ciò, è giusto che il progresso faccia il suo corso, ma è bene ricordare come eravamo, per sapere chi siamo oggi, e ricordiamo di avere, in fondo, un cuore “rurale”, nel senso che nel profondo del nostro cuore possiamo conservare i  nostri valori, le tradizioni, la cultura come patrimonio inestimabile e la   nostra profonda umanità.

Recensione: come si traduce in italiano la parola  “Bichinaos”?  Forse “Quartieri”, “Rioni”? Ma un vicinato è, o almeno negli anni passati era, molto più che un’ubicazione di case vicine tra loro. Il  quartiere come si intende in questo libro, è il nostro cuore, il centro del nostro mondo e dei nostri affetti. È una stella che da sola ruota intorno alla sua costellazione ed è parte dell’Universo ma è un piccolo universo a sé stante, che pullula di scoperte e di avventure, è condivisione di vita in una sorta di famiglia allargata. Bichinaos è giocare tutti insieme all’aperto, condividere gioie,  dolori,  è vivere un’infanzia autentica, Bichinaos è una scuola di vita, un punto di riferimento che aiuta ad ammortizzare, a sdrammatizzare anche le vicende più tristi, e, se vogliamo, a rafforzare il carattere. Quando infine, negli anni diventa ricordo, è una sorta di “giardino interiore” dove rifugiarsi nei momenti più difficili dell’esistenza.

Pietro Pala ci racconta Nuoro, la sua città nuda e cruda, con i suoi pregi e difetti, senza falsi miti o falsi pudori, da  buon nuorese schietto e un po’ scanzonato, senza luoghi comuni e con un linguaggio diretto che non esclude, però,  a seconda del momento che ci vuole raccontare, anche raffinatezze stilistiche. Descrive il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, poi alla giovinezza: i primi amori, il telefono col lucchetto imposto dai genitori onde evitare che si prolungassero troppo le “conversazioni amorose”, le dediche alle ragazze su radio Barbagia, gli scambi dei giornalini,  le corse in bicicletta e poi qualche scorribanda con la 126  di amici o parenti,  i  primi lavoretti saltuari per avere  una certa indipendenza…

Come in tanti fotogrammi che prendono vita da una pellicola vintage ci vediamo passare accanto i personaggi più svariati, dalla maestra milanese comunista “sfegatata” al personaggio sordido, molestatore di bambini, col quale l’autore si imbatte, ma riesce a tenergli testa:  “Per sua sfortuna a 13 anni avevo già frequentato l’ Università di Viale Repubblica”,  è come dire: ho imparato a difendermi come un monello di strada, ma avevo comunque alle spalle un ambiente che mi ha trasmesso dei valori e mi ha protetto. Ed è sorprendente come riesce a vedere questa figura con distacco, come quest’episodio sembra essergli scivolato addosso senza turbarlo, e lo racconta in maniera pulita, senza scabrosità di particolari ma allo stesso tempo con lucidità.

L’unico racconto in cui si coglie rabbia e tristezza, forse è il ricordo di un terribile fatto di cronaca: la tragedia del 1971 con l’incendio del Monte Ortobene, (il “monte” sotto il quale sorge Nuoro, molto caro ai nuoresi, in cima al quale si trova la Statua del Redentore, per i nuoresi simbolo di memoria collettiva e di spiritualità),  in cui un pastore perse la vita. Questa vicenda drammatica Pietro la racconta con una sorta di “strappo alla regola”, intercalando il racconto con una poesia, “Un monte di cenere”:

 “a causa di infami vigliacchi senza nome… scendeva grigia la tormenta di cenere come una fiera combatté Francesco,  ma vinsero loro, morì il pover’uomo, nella guerra feroce con le fiamme”

 Una tragedia indelebile, una ferita nella memoria dei nuoresi e nella storia della loro città. Intanto, mentre i bimbi crescevano e si affacciavano alla vita, anche Nuoro cresceva, con  il suo boom demografico, la sua espansione urbanistica e andava verso il progresso, o “verso l’ Occidente” per dirla con le parole dell’autore: i vecchi quartieri si espandevano,  venivano inglobati da quelli nuovi,  perdendo un po’ le loro caratteristiche. Si passa  dalla rivendita del latte di zia Chicca, del pane della signora Matilde, alla frenesìa dei supermercati. Ma sono rimaste alcune strade a testimoniare il passato, o come linea di demarcazione tra passato e presente. Senza cadere nella retorica o in una sorta di malinconìa controproducente, Pietro ricorda a tutti, nuoresi e non, che il nostro passato, possa pure  contenere ricordi non sempre positivi, è  in ogni caso il fondamento per il rispetto di noi stessi  e quindi anche degli altri.

Cecilia Piras