Per la prima volta al mondo, la parità salariale fra uomini e donne è diventata legge. È successo in Islanda, paese del Nord Europa. Qui, infatti, dopo essere stata annunciata l’8 marzo, in occasione della giornata internazionale della donna, la legge è stata finalmente pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Questa norma obbliga tutte le aziende con almeno 25 dipendenti ad assicurare a tutti i lavoratori la stessa retribuzione, a parità di qualifica, indipendentemente da fattori quali il sesso e la nazionalità. I datori di lavoro saranno sottoposti a controlli ferrei da parte della polizia islandese, della polizia tributaria e del reparto scelto delle forze dell’ordine, ai quali dovrà essere mostrata una particolare documentazione, necessaria all’ottenimento di una certificazione che attesti l’effettiva parità retributiva.

Il ministro per gli Affari Sociali e l’Uguaglianza, Thorstein Viglundsson, ha spiegato che lo scopo di questa legge è l’abbattimento delle barriere retributive sui luoghi di lavoro ed ha annunciato la volontà di raggiungere pienamente questo obiettivo entro il 2020. Si tratta di un traguardo molto importante per le lavoratrici islandesi, ottenuto in seguito ad una protesta collettiva avvenuta lo scorso ottobre: in questo contesto, migliaia di donne avevano lasciato il posto di lavoro due ore e mezza prima del consueto orario, tempo che all’incirca equivaleva alla differenza retributiva a vantaggio degli uomini.

Questi tipi di traguardi andrebbero raggiunti in tutti i paesi, compreso il nostro, che invece dimostra di essere ancora molto arretrato in materia di uguaglianza di genere (si è classificato infatti solo 49°, su 145 paesi analizzati, nella classifica stilata dal World Economic Forum). Al giorno d’oggi sorgono ancora meraviglia e stupore quando si compiono progressi in questo ambito, quando invece la parità dei sessi dovrebbe essere un diritto acquisito ormai ovunque. Questo è il segno del fatto che molti passi avanti devono ancora essere compiuti.

Marika Sauria