Si può morire, nel 2017, per colpa di un cocktail? A quanto pare sì. Emanuele Morganti, vent’anni appena, è morto nel pomeriggio di Domenica 26 marzo al policlinico Umberto Primo di Roma, dopo 36 ore di agonia, a causa delle ferite mortali al cranio. La vicenda si è svolta ad Alatri, in provincia di Frosinone, la notte di venerdì 24 marzo e ha gettato il paese in un vortice mediatico pressante e di profondo cordoglio. Il giovane, in compagnia della sua fidanzata era verso l’una di notte nel locale Mirò, già rinomato per risse, ed erano giunti per ascoltare della musica e stare con gli amici.
La violenza scatta per un motivo che definile futile è dir poco: un fraintendimento sulle ordinazioni (inizialmente si era detto che fosse per degli apprezzamenti pesanti nei confronti della fidanzata di Emanuele, notizia in seguito smentita) i toni sempre più accesi hanno portato all’accerchiamento di Emanuele da parte di 9 giovani, con complici i due buttafuori del locale che avrebbero consegnato il ragazzo direttamente nelle mani dei suoi violentatori. La rissa cominciata dentro il locale diventa un vero e proprio massacro tra le vie del paese: Emanuele, trascinato a forza in piazza, è stato pestato a sangue, sotto gli occhi indifferenti dei passanti che hanno continuato la loro serata senza intervenire o dare aiuto. Tra le giornate di martedì 28 e mercoledì 29 gli inquirenti sono riusciti ad individuare e fermare due degli aggressori, ora in stato di fermo, Paolo Palmisani – che per colpire il giovane avrebbe utilizzato anche una spranga di ferro – e Mario Castagnacci; già noto alle Forze dell’Ordine, già stato fermato e poi rilasciato il giorno prima degli eventi per reati relativi all’uso e allo spaccio di stupefacenti. I due sono stati trovati  a casa di amici a Roma; mentre gli altri 5 indagati sono ancora a piede libero.
Le testimonianze riportano che solo un amico ha provato, invano, a salvare Emanuele, ma il gruppo, troppo forte, non ha dato modo di essere bloccato.  I racconti della fidanzata e dell’amico gettano inoltre una luce ancor più macabra e tremenda alla vicenda, poiché Emanuele, ormai inerme e sanguinante a terra, sarebbe stato riempito di sputi e trascinato quasi come trofeo  dai propri assassini.
In questi giorni sono state organizzate ad Alatri delle fiaccolate in memoria di Emanuele, fortemente volute dal sindaco del paese, oltre alla commemorazione queste manifestazioni hanno voluto essere un movimento contro la violenza e l’indifferenza.

Al di là dei fatti principali di questa tragica vicenda, riportati ampiamente dai media nazionali in questi giorni, ciò su cui dobbiamo soffermarci è la brutalità di tali eventi. La realtà è, infatti, che Emanuele è solamente l’ultimo in ordine di tempo a rendere vero il detto che l’unione fa la forza. Ma come mai questa forza riesce ad unirsi solo per fare del male? La cosa che fa spavento, oltre all’omicidio commesso da questi ragazzi violenti, è l’idea di branco, di un’aggregazione in nome di superiorità e potenza che porta ad escludere i più deboli o semplicemente chi non ha nemmeno voglia di discutere, persone che vorrebbero  trascorrere un momento tranquillo, dentro un locale sicuro, senza la paura e l’angoscia di dover essere vittima di abusi: fisici, verbali o in questo episodio mortali.


Luoghi di ritrovo giovanile diventano locali ideali per far esplodere una superficialità di azioni che spesso si rivelano pericolose e dannose per chi è costretto a subirle. Gioco forza di sentirsi liberi e senza regole associandosi a piccoli gruppi di personalità che hanno bisogno di soprusi per sentirsi parte di un qualcosa d’importante e che faccia da scudo alle proprie facilità, la violenza diviene la risposta immediata per sentirsi meno soli e quindi meno vulnerabili.
In contrapposto c’è chi invece riesce a dire di no all’omologazione aggressiva che caratterizza i cosiddetti branchi, questa autoesclusione alla prepotenza spinge verso l’isolamento chi si ribella al sistema  e spaventa chi invece ne fa parte o chi non riesce a fronteggiarla.
Questa società che ci spinge all’aggregazione, ci risucchia verso un vortice d’oro in cui si pensa di aver trovato il proprio gruppo di appartenenza. Quel gruppo però, non esiste, e se esiste la vittima non ne può fare parte, sta dall’altra parte, nell’angolo in cui, prima o poi, sarà riempita di botte.

Immaginiamoci tutti, giovani ora o quando lo siamo stati: la bellezza di tutta la vita davanti, il primo amore, la voglia di vivere estrema, ascoltare buona musica, sentirsi  bene, essere nel proprio paese, sapere che qualunque cosa accada ci sono gli amici a proteggerti, il locale più in voga del momento, quattro mura in cui stare al sicuro, due buttafuori e una moltitudine di persone su cui poter fare affidamento.
Poi la bellezza finisce, insieme alla vita.
Gli amici non ci sono oppure non arrivano in tempo, il locale con quelle quattro mura si esenta da ogni e qualsiasi responsabilità e quei buttafuori, beh quei due sono i primi che ti condannano a morte e fuori, quel paese, casa tua, ti riconosce ma è come se fossi trasparente. Muori tra quella gente, nella notte, tra rumori di chi non ha nessuna intenzione di unire la forza per salvarti. Accade ed è accaduto, troppo spesso di quanto dovrebbe essere concesso. Ci spingono ad essere sociali, ad essere responsabili, giusti, coraggiosi, leali. Ma la società in cui viviamo cosa ci garantisce per poter essere davvero così? Mentre Emanuele è morto c’è lo scarica barile delle responsabilità e soprattutto le indagini della polizia, sempre più serrate, il locale sotto sequestro e i genitori che nonostante la sofferenza hanno deciso di donare gli organi del figlio. Sono atti in avanti verso la giustizia, verso la speranza di una vita che continui più giusta.
Prima che Emanuele morisse, prima che fosse buttato fuori dal locale solo per essere picchiato, prima delle botte finali che l’hanno ammazzato… prima di questa voglia di giustizia, questa unione verso la forza di salvarlo dov’era?
E tutte quelle persone che l’hanno visto esangue mentre la vita lo stavano lasciando, non sono anche loro come le mani che l’hanno ucciso? Esistere socialmente, fare parte di questa società vuol dire prima di tutta essere umanità, noi abbiamo il diritto di esistere e il dovere di assicurarci che ogni nostro simile continui a fare altrettanto, non sta a noi togliere la vita, nemmeno con il pensiero, nemmeno con l’indifferenza.

Primo Levi ha scritto: “Esiste un contagio del male: chi è non-uomo disumanizza gli altri, ogni delitto si irradia, si trapianta intorno a sé, corrompe le coscienze e si circonda di complici sottratti con la paura o la seduzione al campo avverso.”

Forse per questo la storia fa così orrore, morire a vent’anni ammazzato quale senso ha? E forse perché sembra che con Emanuele siamo morti tutti: chi per dolore, chi per vergogna, chi per paura e chi per silenzio.

Marta Borroni