Sarebbero moltissime le ragioni capaci di portare lo Stato italiano all’idea che i tempi siano ormai più che maturi per la legalizzazione della cannabis. Questa pianta maledetta dagli uomini del passato e richiesta da coloro che saranno uomini in futuro. Tacciata come droga venne annoverata tra le droghe pesanti nella legge n. 49 del 21 Febbraio 2006, conosciutissima come “Fini- Giovanardi”, ormai dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale nella sentenza del 12 Febbraio 2014. La suddetta legge non lasciava via di scampo alla naturale distinzione che vi è tra le droghe pesanti e quelle leggere, comportando, inoltre, un gravissimo inasprimento sanzionatorio anche per il solo consumo personale. In sostanza forze politiche di piena destra si misero a tavolino e processarono la cannabis come “causa di irreversibili buchi nel cervello”, a detta dello stesso Giovanardi. Ora, dati preclinici, di recente pubblicati nella Journal of Clinical Investigation, dimostrano che i cannabinoidi possono stimolare la crescita delle cellule del cervello smentendo drasticamente la poco artificiosa teoria targata “Giovanardi” dei “buchi nel cervello”. Il proibizionismo è di per sé un limite acuto al progresso: determinare la coscienza civica dei cittadini alla repulsione della cannabis è una vera e propria forma di terrorismo psicologico portato avanti da chi, stando nel sicuro del vertice politico, s’improvvisa scienziato e azzarda teoria alla cieca. In verità, fumare gli spinelli non può neanche essere ritenuta una giusta e produttiva attività.

Sono innegabili gli effetti negativi della cannabis sull’individuo. Uno per tutti: l’indebolimento temporaneo della memoria a breve termine, circoscritto al momento dell’assunzione. Da questo, però, arrivare a classificare la cannabis come generatrice di menomazioni cerebrali vede una lunga strada da percorrere. Oggi il consumo personale di marijuana non è ritenuto penalmente rilevante nella misura in cui il peso lordo della sostanza stupefacente non sia di quantità tale da escludere il consumo esclusivamente personale. In altre parole, fumare marijuana sarà un’ attività punita da una mera sanzione amministrativa. C’è di più, anche la coltivazione ad uso esclusivamente personale esce fuori dall’aerea del penalmente rilevante, come affermato nella sentenza 25674/2011, nella quale la Suprema Corte di Cassazione ha stabilito che coltivare una piantina di marijuana in casa può essere lecito, trattandosi di “un reato che non procura danni alla salute pubblica”. Dunque, la coltivazione di una pianta di canapa “non è idonea a porre in pericolo il bene della salute pubblica o della sicurezza pubblica”. Entrando in maniera più profonda e decisa nella trama legislativa sembra opportuno richiamare il principio di offensività – a cui più volte ha fatto riferimento la Corte di Cassazione in caso di consumo personale- che contraddistingue cosa può e cosa invece non può essere classificato come reato. Secondo tale principio, infatti, un reato è l’offesa a uno o più beni tutelati dall’ordinamento giuridico. Chi o cosa offende un soggetto che in disparte dal mondo usufruisce di uno spinello? Inoltre, è ben tener presente che un atteggiamento proibizionista nel mondo delle grandi libertà non ha più ragion di esistere.

Tra questi innumerevoli punti di vista s’indicheranno tre sole ragioni a sostegno della legalizzazione:

  1. le leggi di uno stato non hanno il compito di essere buone o giuste, chi vede il diritto come il bastone del pater familias è meglio, quindi, non voglia mai fare il legislatore. Innanzitutto le leggi devono essere valide, funzionali alla società che devono regolare. In una società così colma di consumatori – sia stima il 40% solo in relazione all’età 15-35- sono due le cose che uno Stato può portare avanti: la totale e dittatoriale repressione o l’accettazione del fenomeno con una conseguente legislazione che sia efficace in materia.
  2. le casse della malavita organizzata pullulano di soldi provenienti dalla spaccio delle cosiddette droghe leggere. Questo fenomeno tocca indici di gravità noti e preoccupanti. Le piazze italiane più frequentati dai giovani sono, difatti, piene di inaffidabili spacciatori dai quali non sai mai cosa si può comprare, mettendo a repentaglio la salute. La marijuana non ucciderà ma le sostanza con cui questa viene “tagliata” sono letali per l’organismo. Quest’ultima, infatti, viene spesso bagnata di ammoniaca al fine di ottenere più peso dalla stessa quantità o ancora all’hashish vengono mescolate sostanze simili nell’aspetto, come residui di altre droghe o addirittura frammenti di copertoni per auto, sempre per ottenere lo stesso fine. In questo mercato nero, obnubilato agli occhi della legge, non è possibile avere delle certezze riguardo ciò che si acquisita: esemplare è il caso del ragazzo di Lucca che dopo aver comprato della marijuana nella piazza del centro ha avuto un improvviso attacco di cuore. In aggiunta a questo drammatico scenario si fa sempre più pregnante l’esigenza di strappare dalle mani dei criminali i giovani, soprattutto immigrati, i quali vedendo nello spaccio una risorsa economica su presentano a diventare il c.d “braccio nero della mafia”
  3. la marijuana crea ricchezza e posti di lavoro. Possiamo qui riportare l’ultimo e recentissimo discorso del Senatore Della Vedova, appartenente al Pd, che da più di tre anni lotta per la totale legalizzazione:

L’onorevole Calabrò di Ap oggi mi accusa di proporre la legalizzazione della cannabis e di dimenticare che in Italia ci sono un milione di famiglie senza lavoro. Se il tema è questo, a Calabrò forse sfuggono i dati e le stime sui posti di lavoro creati dalla filiera della cannabis: secondo la Coldiretti solo quella terapeutica potrebbe generare 10 mila di posti di lavoro regolari e un giro d’affari di 1,4 miliardi di euro (…) Negli Usa, dove dopo decenni di proibizionismo hanno deciso di cambiare verso – aggiunge sempre Della Vedova – nel solo Stato del Colorado, che ha meno di un decimo degli abitanti dell’Italia, e dove la cannabis per uso ricreativo è stata legalizzata da tempo, questo settore ha prodotto 18 mila nuovi posti di lavoro in un solo anno. Recenti stime dicono che entro il 2020 negli Usa ci saranno 250mila occupati in più grazie alla cannabis, più di quelli che saranno generati dalla manifattura. Questi sono i dati dell’antiproibizionismo. Quelle di Calabrò chiacchiere demagogiche”.

Stefano Delfino La Ferla