• Titolo: Lamento di Portnoy
  • Autore: Philip Roth
  • Anno di pubblicazione: 1969
  • Editore: ed. italiana a cura di Einaudi
  • Numero di pagine: 220

 

Sinossi: Travolto da desideri che ripugnano alla coscienza e da una coscienza che ripugna ai desideri, Alex Portnoy ripercorre con l’analista la propria esistenza, a partire dalla famiglia ebraica. Quel che gli interessa più di tutto, però, è il sesso: dopo un’adolescenza trascorsa chiuso in bagno, Alex si butta in una storia dietro l’altra, sempre con ragazze non ebree, quasi che penetrandole potesse penetrarne anche l’ambiente sociale. “Questa è la mia vita, la mia unica vita, e la sto vivendo da protagonista di una barzelletta ebraica”

Recensione: Irriverente, dissacrante, blasfemo. Ma ha anche dei difetti…  Sullo sfondo dell’America degli anni ’60, il trentatreenne Alex si racconta al suo analista, ripercorrendo le tappe salienti della sua vita: passando per il background famigliare, con un’educazione rigidamente improntata sulle tradizioni religiose e sociali ebraiche  fino ad arrivare all’età adulta, non senza soffermarsi in maniera dettagliata –  decisamente, dettagliata – sull’adolescenza e in particolare sulle prime pulsioni sessuali e sull’approccio all’erotismo.  Nella mia testa ho diviso il libro in alcuni filoni tematici (non  so se effettivamente questa fosse la volontà dell’autore o se, viceversa, il suo intento fosse solamente provocatorio) e il primo di questi è sicuramente il sesso. Volenti o nolenti, il sesso rappresenta il principio e un po’ il fine della vita. Non sempre però viene vissuto in maniera “naturale” e prova ne sono l’autoerotismo di Alex durante il periodo adolescenziale (per intenderci, un capitolo s’intitola proprio “Seghe”) e, successivamente, l’approccio con l’altro sesso. Alex passa da un letto all’altro, avendo cura di scegliere sempre donne non ebree. Il rapporto sessuale, ma più in particolare le proposte oscene che il protagonista fa alle sue prede femminili, rappresentano per l’autore il modo migliore per svelare la falsità perbenista tipica della società americana degli anni 50 e 60 (che potrebbe benissimo essere attualizzata, seppur con qualche differenza).

«Il succo del mio ragionamento, Dottore, è che non mi par tanto di ficcare il mio uccello in queste ragazze, quanto di ficcarlo nei loro ambienti sociali…come se scopando volessi scoprire l’America. Conquistare l’America, è forse più corretto»

La critica alla società americana rappresenta il secondo filone tematico di questo romanzo e non poteva che essere così, dal momento che il libro è uscito in un’epoca chiave dal punto di vista delle battaglie sociali e politiche. Anche se in maniera meno esplicita rispetto ad altri romanzi, come ad esempio Indignazione, emergono anche qui i cardini attorno ai quali si muovevano le contestazioni di quegli anni: il rapporto tra tradizione e modernità, le lotte sociali contro la borghesia, quelle tra genitori e figli, l’ambiente scolastico e quello religioso. Non manca una critica più sottile alla psicoanalisi e a tutto ciò che riguarda tale ambiente. A questo proposito, si pensi che il dottore pronuncia solo una frase in tutto il romanzo – sole 10 parole in oltre 200 pagine – e per il resto della narrazione acquista il ruolo di spettatore passivo, quasi preso in giro dal protagonista/paziente.

Il terzo e quarto filone si incrociano tra loro in un connubio strettissimo, che assume l’aspetto di una morsa soffocante: il rapporto tra Alex e la sua famiglia e l’ebraismo. Il protagonista cresce infatti all’interno di un ambiente famigliare che definire asfissiante è poco: entrambi i genitori sono infatti eccessivamente rigidi, apprensivi, mentalmente chiusi e gretti. La volontà di ribellione nei confronti della famiglia passa anche e soprattutto per la religione ebraica, considerata alla stregua di un virus che attacca la sua vita fino a consumarla dall’interno in maniera inesorabile.  Alex si sente un ossimoro vivente: è un giovane ebreo, cresciuto come un Ebreo (sì, con la E maiuscola) nella New York degli anni 60, in un mondo che per lui deve essere diviso semplicemente in ebrei e goyim (non ebrei). Ecco che allora ogni ragazza, indicata con nomi simbolici come “Scimmia” – che, ammetto, sono stati difficili da digerire per una che come me ha una certa vena di femminismo –  si spoglia delle valenze puramente sessuali, divenendo una metafora di libertà. Libertà che Alex ricerca in maniera spasmodica, come qualcuno che cerca di riemergere dall’acqua in cerca d’aria; arrivandoci alla fine, guarda caso sul suolo israeliano. O forse no, dipende dai punti di vista.

Arrivati a questo punto avrete sicuramente capito che Lamento di Portnoy è un libro per molti ma non per tutti: per leggerlo occorre innanzitutto abbandonare ogni pregiudizio, perché solo così si comprenderà in pieno la satira, il sarcasmo e l’ironia di Roth. Se riuscirete a liberarvi di tutti i vostri preconcetti, anche quando vi sembrerà che Alex si stia in realtà rivolgendo a voi in prima persona piuttosto che al dottore, allora riuscirete ad apprezzare in pieno questo romanzo, così come il lavoro che c’è dietro. Lo stile non poteva che adattarsi alla materia narrata ed è in questo ambito che, a mio parere, l’autore da il meglio di sé. Le descrizioni sono al limite della pornografia e più di qualcuno ha tacciato l’autore di oscenità, sostenendo che ironia e critica alla società siano in realtà solo delle scuse. La realtà è un’altra ed emerge perfettamente pagina dopo pagina: Alex Portnoy tritura tutto. Convenzioni. Religione. Famiglia. Morale. Amore.

«Ma cosa ha fatto la mia cosiddetta coscienza alla mia sessualità, alla mia spontaneità, al mio coraggio! E non parliamo neppure delle cose a cui tento così disperatamente di scampare, perché resta il fatto che comunque non ci riesco»

Martina Mattone