Intrappolati nella nostra comoda esistenza, dimentichiamo quanto il mondo è più grande della nostra camera da letto. Viviamo in un paese difficile, ma con una vita tutto sommato facile, e affollati dai nostri più o meno gravi problemi annientiamo la miseria e la consapevolezza che il mondo, in alcune sue circoscritte frazioni, presenta uno scenario ben più drammatico. Incriminiamo con la logica dell’odio schiere di uomini fuggiti da una realtà di fame e guerra. Gli Immigrati. Una nuova e antica categoria, la quale, pur racchiudendo miriade di diverse situazioni, viene ormai generalizzata come uno scomodo fatto intriso di pericolosità allo scopo di attirare un disprezzo sociale spalmato su tutti quegli individui che migrano come uccelli verso la primavera. Ecco cosa sono la stragrande maggioranza di questi punti neri in mezzo al mare, volatili che affrontano le intemperie della vita e della natura alla ricerca di un posto migliore. E noi, occidentali ciechi, ci facciamo abbindolare da facilone frasi populiste come “questi rubano il lavoro agli italiani” o “sono tutti dei delinquenti”, le quali ci portano su una dimensione della realtà targata come razzista.

Il problema dell’immigrazione, come si diceva, ha radici antiche ma gli ordinamenti moderni non hanno trovato una soluzione pratica capace di risolvere gravi situazioni sociali. In primo luogo è giusto precisare che è vero che molti immigrati si trovano in situazioni fertili di criminalità che li portano a compiere scelte sbagliate. Si pensi ad un ragazzo di poco più di vent’anni proveniente dal disastrato Yemen, il quale, dopo un interminabile viaggio alla ricerca della libertà civile, si ritrovi in una piccola città Siciliana. Prima, questo, spronato dalla forza di una giusta volontà cerchi lavoro onestamente. Trascorsi sei mesi, però, i suoi piani non vanno ancora in porto perchè il lavoro onesto non era altro che uno squallido rapporto di caporalato. Si ritrova a dormire con venti uomini in due metri quadrati. Non ha soldi né per se né per quella famiglia lasciata indietro; non ha tutele, è un “onesto clandestino” che ha sbagliato i conti, ma ormai è troppo tardi. La povertà da cui è scappato l’ha seguito nella terra che i suoi sogni chiamavano con il nome di libertà. La sua mente è bombardata dalla guerra del suo paese e il suo fisico è provato dallo sfruttamento italiano. Incontra, in quei due metri quadri un ragazzo poco più grande di lui che usa il capannone comune per nascondere la droga che ha avuto dai mafiosi del posto. Dopo una settimana al posto della droga c’è una borsa colma di banconote da 5€ o 10€ e la sua morale musulmana, incentrata nell’onestà, viene compromessa da una possibile fuga a quella disperata esistenza. Le settimane che seguono quell’evento sono colme di dubbi, incertezza e voglia di cambiamento. Il cedimento arriva dopo meno di un mese, quando, incontrando il suddetto soggetto, gli propone di mettersi in società in quel traffico illecito. Inutile dirlo: senza troppe difficoltà riesce nel tentativo. Spaccia, ruba e comincia a bere. Un giorno, però, mentre si trovava con un pò di grammi nascosti nei pantaloni, vede il grande paradosso che si era formato: non aveva ceduto ai soldi facili neanche mentre era in guerra e ora si trova a tradire se stesso in tempo di pace. Cerca di smettere, ma ormai il gioco è fatto e chi gli procura la droga da spacciare non accetta ripensamenti. Si trova legato in una vita che non è più la sua e allora decide di scappare e arriva a Milano, dove ancora oggi passa le sue giornate in un parco in centro e ha l’età di quarant’anni. Non beve più e non spaccia, ma ha deciso di vendere rose per la strada che tra rifiuti e offese riesce a racimolare. Tira a campare. A volte, mentre la notte diventa giorno, pensa alla sua vita, alla sua famiglia ormai irrintracciabile, alle amicizie che non ha mai avuto e si pente di non essere morto nel suo paese, magari sotto lo scoppio estemporaneo di una bomba. Questa triste storia vera è solo una pallida rappresentazione di come noi occidentali, tra le minacce dell’ISIS e la paura di una cultura diversa, non ci siamo resi ancora conto che le opportunità che noi vantiamo di dare a questi esiliati dal mondo delle favole sono le stesse che muovono il pensiero che era meglio restare in una paese allagato dalla fame e dalla carestia.

Di recente il sotto segretario delle Nazioni Unite per gli affari umani, Stephen O’Brien, ha lanciato un allarme:

“Il mondo si trova di fronte alla più grande crisi umanitaria dal 1945 con oltre 20 milioni di persone colpite da fame e carestia”.

Senza sforzi globali collettivi e coordinati, la gente morirà di fame, e molti altri soffriranno e moriranno a causa delle malattie. La più grande crisi umanitaria è in Yemen, dove i due terzi della popolazione, 18,8 milioni di persone, hanno bisogno di aiuti umanitari. Rispetto al mese di gennaio ci sono tre milioni di persone in più che soffrono la fame cronicamente. L’Occidente tutto si ritiene il baluardo della civiltà umana, il simbolo del progresso economico e sociale, non considerando che il motore per l’evoluzione della civiltà è il sentimento di solidarietà della popolazione.

Stefano Delfino La Ferla